Del muratore e del rispetto

Era la fine gli anni novanta, anzi, forse poco dopo il duemila e mi trovavo in un paesino dell’entroterra che da Masone si arrampica verso l’ovadese. Ero lì per un funerale, una persona anziana, mamma di un collega; a quei tempi ero ancora abbastanza giovane e non era ancora giunta l’età nella quale questi eventi diventano quasi seriali ed inevitabili. Una chiesa di medie dimensioni, un parroco anziano ma non troppo, molti paesani, odore di incenso, rumori di campagna che provenivano dall’esterno (quei rumori belli che sanno di lavoro, di animali, di sudore. Un rumore può evocare un sudore quando si presentano le prime afe avvisaglia dell’estate, pensateci).

A quei tempi, ma ancora adesso nei piccoli paesi, si seguiva a piedi il carro funebre fino al cimitero; i vecchi ed i parenti si fermavano, gli altri tornavano alle loro occupazioni. La strada era nel verde e fu lungo il tragitto che Marcello mi fece osservare quello che in realtà stavo già guardando; un muratore autoctono al secondo piano su delle impalcature, con il secchio del cemento che stava rigirando, vestito come si pensa si debba vestire un muratore degli anni settanta catapultato attorno al duemila, di un’età indefinita, indefinibile e forse infinita, ha posato i suoi attrezzi, ha guardato verso il carro, si è messo in piedi e si è tolto il cappello mettendolo sul petto ed abbassando lo sguardo. A carro passato è tornato alla sua attività quasi con un volteggio ma lentissimo, armonico, totalizzante. E Marcello mi ha mormorato ammirato alcune parole tra le quali spiccava “rispetto”. Ero giovane per capire appieno e il concetto è rimasto sospeso ma non la sensazione che avevo provato.

Rispetto per cosa? Per la morte? Per i parenti? Per convenzione? Ma ho capito solo dopo tempo che il rispetto che esternava quel muratore non era per la morte (che non merita rispetto), non per i parenti (che meritano vicinanza) e neanche per convenzione (non era in primo piano nella scena e sicuramente ignorava di essere visto) o per malcelata forma di atavica superstizione. Il rispetto era per la vita. Quella vita che in alcune fasi della nostra esistenza diamo per scontata ma che è un’attesa inconsapevole di quel momento nel quale qualcuno, se ci sarà qualcuno quel giorno, si toglierà il cappello per noi. La vita che stiamo vivendo adesso, la vita che quel muratore vedeva riflessa in modo consapevole o meno nel suo forte rumore di sudore.

Questa mattina ho visto passare un’altra auto di quelle lunghe lunghe e lussuose mentre ero in attesa che arrivasse Pauline ad aprire la nostra piccola chiesa, stavo fumando spostando ritmicamente verso il basso la mascherina e ascoltavo della musica. Non facevo rumore di sudore. Quando il carro è passato mi sono tolto la mia berretta di lana verde e l’ho rimessa, senza volteggio e senza la stessa grazia del muratore visto anni prima. Ho tolto il cappello subito dopo che mi era apparso il ricordo di allora ed è stato un gesto lento ed istintivo, naturale come a volte sembra esserlo respirare.

Scrivo ed è sabato sera, forse l’argomento può sembrare inopportuno in un periodo come quello che stiamo vivendo, forse era meglio, penserete, scrivere due righe sul sesso, sul calcio o su tante altre cose. Forse era meglio non scrivere affatto. Ma domattina, quando vi sveglierete, magari con qualche dolore o di malumore o pessimisti, pensate che qualcosa di buon è successo. Siete vivi.

Roberto Camponizzi 22 gennaio 2022

PS Non sono un figlio dei fiori, so che alcune vite sono molto ma molto difficili (e non è il mio caso chè, sebbene abbia spalato una discreta quantità di stallatico nella vita, guardandomi attorno vedo persone che hanno nel cuore o nel corpo dei dolori enormi), ma sono persuaso che buona parte di chi leggerà queste righe e penserà al proprio letame spalato non possa permettersi, anche solo per amore di sé stesso, di sottovalutare la luce dell’alba.

Fotografia da: http://paesi.altervista.org/?p=191

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