Avessi visto

Avessi visto
lo vedresti forse ancora
avessi visto
lo vedresti pure ora
La gioia della donna che amavo
i chilometri che macinavo
come stavo bene allora
e non era proprio come ora
un legame assurdo
un chilometro di complicità
quell’affetto che mi circondava
ma che dava estrema libertà
Averla a fianco
era come una sicurezza
anche se ora sto pensando
che sapevo fosse una sciocchezza
E mi vedo adesso
meno solo o più solo di allora
senza chilometri da macinare
e la solitudine che ora affiora
spesso mi domando
se abbia senso tutto ciò
ma quello che ho ricevuto
è più grande di quello che non ho
E mi giro di lato
cercando di non pensare
sono sensazioni
che ho imparato a frequentare
A volte le ho a fianco
come fossero al posto tuo
ci sarà un domani
col sorriso quasi come il tuo.

Roberto Camponizzi – Silk – sabato prima della Pasqua 2026


Ilaria

Mi hai disegnato le mani
Mentre dormivo
Confidenza naturale
Mio tutto di allora
Ricordo la tua voce
E la rosa gialla rimane lì
Come il ricordo dei tuoi capelli viola
Disegnavi come chi sa
Perché sapevi

Roberto Camponizzi – Silk – scritta tra il 2025 e il 2026.

Il fatto è che quei disegni non li trovo, non c’è verso; so che li ho, li ho cercati tra mille classificatori e appunti, stasera quasi a colpo sicuro ma… Prima o poi li trovo, ritratti a carboncino o a matita morbida (non ricordo); studiavi all’accademia e ho nitide l’immagine delle mani e il mio volto mentre dormo. Io, cosa strana, ricordo la tua voce al telefono quando mi chiamavi ma la nota diventa più lunga della poesia allora finiamola qua.

Disegno di copertina di I.C.C., proprietà e diritti dell’autore.

44.417, 9.148 (ovvero “succede che”)

succede che

il posto
dove hai baciato con amore
la donna unica
o che per te lo era,
quel posto,
dicevo,
immerso nel verde
e nel silenzio
e un panorama di una valle boscosa
e bello quanto basta
e che ci si arrivava bene
in auto

succede che

il posto
sia un po’ cambiato

succede che

ora c’è su una discarica,
nascosta dai monti,
nascosta dal verde,
coperta dal silenzio,
come ad ingannarti
e convincerti
che di tanto amore
rimangono solo le scorie e mucchi di rudo

succede che
44.417, 9.148
è parte di te.

parte di te
come quell’amore
che non sei mai riuscito a spiegare del tutto
neppure a te stesso

…nonostante te stesso



Roberto Camponizzi – Silk – scritta tra il 2024 e il 2026 incurante della grammatica che ad ogni passaggio ho cercato di demolire sempre più tanto era difficile da scrivere.

Innovazioni: al televisore domestico non basta l’antenna – (Es war einmal, als ich zwei Knöpfe drückte, und Sie sahen RAI)

Sei anziano. Accendi la TV. Si accende su Italia 53 e c’è un’asta. Cambi canale, si apre un pop up. Consenso alla Privacy. A tutto schermo. Non capisci , schiacci tasti a caso. Schiacci l’uno che c’è il primo. Niente. Schiacci un altro tasto. Domanda in inglese, si-no. Non sai l’inglese. Schiacci il tasto OK. Si spegne tutto. Riaccendi. Non c’è la RAI. Reinizializzare? Si-no. Tasto ok. Si spegne. Si riaccende. Parte la RAI. Un minuto. Errore collegamento Internet. A metà schermo. Come si toglie? Schiaccio OK. Si toglie. Vedi la RAI. Poi cambi canale. Non sai come sei su un canale di musica dove un forsennato è seduto in piscina con un bicchiere e tante ragazze in costume. Sei vecchio ma sei un uomo. Belle ragazze. Pop up. Consenso alla Privacy. Schiacci OK. Ti trovi su TV2000 con le suore che recitano il rosario. Pensi che non schiaccerai più ok. Rivuoi le signorine. Poi arriva tua moglie. Metti canale 5. Dopo un minuto della D’Urso metà schermo sparisce e appare una pubblicità di lassativi. La D’Urso è grande come un francobollo. Schiacci un tasto. La piscina e le ragazze. Tua moglie ti urla che sei un porco. Metti la RAI. Uno. Consenso alla Privacy. Stai per piangere poi hai un sussulto d’orgoglio. Schiacci OK. Spegni. Prendi il telecomando. Lo butti nella stufa a legna. Inquina ma te ne batti il belino. Prendi la televisione, porti al cassonetto, il primo che trovi. “Signore, lì ci va la carta”. “Nu sta a rumpi u belin”. Torni a casa. Ti siedi. Chiami tuo figlio. Gli chiedi di portarti una radio, quella vecchia che avevi in cantina, si quella. Lui ti chiede della TV. Gli dici che è a Scarpino. Scherzi papà? Portami la aradio… Ti siedi a tavola. Tua moglie ti porta la pasta. C’è un po’ di vino? Te lo prendi! E’ arrabbiata. Cos’hai? La TV. Poi ne prendo un’altra più facile. E se non la trovi? Pazienza. Com’è il sugo? Buono.

La nostra grande conquista è stata costruire un sistema nel quale anche per una cosa semplice la vita di molti, soprattutto anziani, è stravolta anche nelle cose semplici, come vedere la TV. Lo scritto può far sorridere ma stiamo emarginando migliaia di persone e cosa peggiore le stiamo isolando. Non parlate di gap digitale o altre stupidaggini simili. Un tempo andavi in posta, facevi la coda, facevi la tua operazione e uscivi. Ora entri e ti dicono di andare dal totem. E un anziano pensa a John Wayne e agli indiani ma ci va. Puoi scegliere otto biglietti. Leggi ma dietro si innervosiscono. Ne prendi uno a caso. C’è un numero. Sbagli sei volte sportello poi arrivi e ti dicono che hai sbagliato biglietto. E’ un loop. Con la TV, con ogni cosa. E’ questo il nostro progresso?

Roberto Camponizzi 3 febbraio 2023

Occhi (conversazione tratta da una telefonata vera)

– lo hanno fatto di nuovo
– sei sicura?
– la mia amica, ieri. Me lo ha detto. Non so come fai a non vergognarti, mi fai scappare la
voglia di vederti
– che amica?
– smettila
– sei arrabbiata?
– secondo te?
– hanno fatto cosa? Ma chi? Cosa c’entro io?
– nel suo studio, ieri. Tu. Sei tu come sempre.
– eravamo assieme nel suo studio
– maggior ragione di essere furiosa, cazzo
– parla bene
– cazzo! Cazzo! Cazzo!
– cos’avrei fatto?
– Gli occhi, cazzo, gli occhi! Mi ha detto come la guardavi.
– lo hanno fatto di nuovo, dici?
– si, te l’ho detto
– ma sai com’è, non vuol dire niente quello sguardo
– per me vuol dire
– non lo faccio apposta
– però lo fai
– …
– devi starci attento
– lo sai che non lo faccio apposta
– ma lo fai. Lo fai! Apposta o meno lo fai e anche quando ci sono!
– come rimediamo?
– come rimediamo? Come rimedi tu!
– è più forte di me
– se vuoi vedermi ancora devi smettere, non mi importa come ma smettere.
– non riesco a non guardare le persone negli occhi
– si ma poi capiscono male e lo sai, non è la prima volta. E di nuovo con una mia amica. Senza pensare alle altre
– che altre?
– ci saranno altre
– ho sempre risolto, non è mai successo nulla
– quante te ne sei portate a letto?
– cosa c’entra? Comunque nessuna.
– …
– si, nessuna e lo sai
– lo so ma questa cosa deve finire
– gliene parlerò
– a chi ne parlerai?
– ai miei occhi
– ecco, prendimi anche per il culo
– no, sono serio
– …
– serio
– ci vediamo stasera?
– a casa?
– certo
– sarò furiosa
– la faremo passare
– si, passare
– ti guarderò
– con gli stessi occhi che usi con tutte?
– con quelli che riservo per te
– allora puoi dominarli quei cazzo di occhi. Lo fai apposta
– gli occhi che guardano te sono diversi
– ne hai solo due a quanto mi risulta
– inconfutabile
– allora?
– allora che così guardo solo te
– ci vediamo per cena?
– certo
– mi fai incazzare
– non è mia intenzione
– ok, a stasera
– ancora una cosa…
– cosa?
– ti sto guardando adesso
– fanculo
– a stasera
– a stasera
– ti amo
– ti amo

Roberto Camponizzi – Silk – 31 dicembre 2022

Note:

Che significa guardare? Significa trasferire su un oggetto parte della nostra anima, se non la sua totalità” (Paesaggio di un’anima, di Kajii Motojiro).

L’immagine inserita è un ironico richiamo ad una pubblicità del dopobarba “Denim”. Recitava: “Denim, per l’uomo che non deve chiedere mai”.

L’anziana Signora di trentasette anni che mangia bistecche molto alte e probabilmente al sangue

Linea 1
Caricamento Voltri
Quasi a Sampierdarena
Interno autobus
tardo pomeriggio
Luce fioca
per sole pallido
e cielo da maccaia.

Signora anziana,
molto anziana,
pesantemente truccata,
con dei sacchetti da clochard
Credo emanasse un certo odore
chè tutti erano a distanza
anche e non solo per questo.

Parlava da sola
ma anche a tutti
a VOCE ALTA:

“VE LO DICO IO:
CHE HO TRENTASETTE ANNI,
SE NON CI CREDETE CHIEDETE IN QUESTURA
AL BRIGADIERE DELLA QUESTURA,
LI’ NON MENTONO.

E STO BENE!
BENE!
BENE!

VENITE ALLA FIUMARA E VEDETE:
CHE BELLE BISTECCHE CHE MANGIO!
CHE BISTECCHE!
ALTE COSI’!
CHE BELLE BISTECCHE!”

La gente rideva forte
con scherno
senza riflettere
che tra tanti discorsi uditi
nella vita quotidiana
questo strampalato delirio,
che tanto delirio non era
donava loro una carezza
di dolcezza spontanea
che pochi sono in grado di dare.

Alle mie orecchie
così arrivava.
Ed era una voce piu’ felice
di chiunque altro fosse
sull’autobus con me.

Grazie anziana Signora,
continua a mangiare le tue bistecche
e fottitene di tutti.

Roberto Camponizzi – Silk – 2010 Rev 2022

PS – “Lo stigma costituisce una particolare discrepanza tra l’identità sociale virtuale e quella attuale”. (Erving Goffman). ll concetto di stigma, adottato dalla psichiatria sociale per definire l’insieme di pregiudizi negativi attribuiti alle persone con problemi psichici a causa del loro disturbo e che determinano rifiuto, discriminazione ed esclusione (cit)

Immagine da https://texasbeefhouse.com/

Scrivo poesie non sempre belle e qualcuno per questo mi chiama poeta ma è un imbroglio costruito sul nulla.

Almeno so d’esser poeta
utile a niente e che scrive anche male
e non mi piace neanche la parola.
Poeta.
Come se fosse chissà cosa…

Un inutile titolo pomposo
anche perché
diffusamente
non “si sa” di poesia.

Alle persone piacciono le definizioni;
è forse per questo
che mi graffiano
con questo appellativo
e per far capire cosa scrivo
annuisco stupidamente;
mi tocca dir poeta, scrittore,
uomo di penna.

(Uomo di penna mi piace di più).

Ma non sono niente di tutto ciò;
mi piace solo scrivere
per il piacere di farlo
senza suggerire niente
o pretendere
di insegnare a vivere.

E poi osservo quei tali
che inventano percorsi formativi
sul web,
in iniziative culturali,
in corsi di aggiornamento
per crediti scolastici o professionali
o altre amenità
del libero mercato.

Impestano le nostre vite
lautamente pagati,
che quando li vedi
(con la loro spocchia
con il loro essere aperti
comprensivi
inclusivi
liberisti e liberali)
quando li vedi dicevo
capisci che non hanno mai lavorato in vita loro.

Sono dei parassiti
che guadagnano 100 volte
quanto un infermiere
un operaio
un impiegato
e ti dicono
“cambiate la vostra cultura”
“adeguatevi”
“la cosa giusta è solo questa!”

E hanno venticinque anni
e spiegano la vita a chi ne ha sessanta
di cui magari una quarantina
passati al lavoro
o, peggio, sono famosi
e percepiscono gettoni
e bonifici
con molti zeri.

Ecco
che io sia poeta o meno
vivo del mio lavoro
e produco solo per piacere
e non mi adeguo alla loro cultura
di elargire falsità
a pagamento.

E non intendo subirle;
perché decido io
la mia cultura;
e non sono resiliente.
Io resisto.

“Frangar, non flectar”,
ha piu’ di una lettura
anche per me
che sono un poeta
scrittore
uomo di penna
di poco valore.

Roberto Camponizzi

PS Con i banner pubblicitari non guadagno nulla; ho scelto il profilo base, quello gratuito. Purtroppo disturbano un po’, non me ne scuso, non dipende da me. Questa è la spiegazione ad usum Delphini, per dettagli consultate le condizioni del sito. Per commenti astenersi militesenti e perditempo.

Being There (Oltre il giardino)

Nella mia torre d’avorio
Vivo senza un sorriso
Ma a volte rido
Che sembra strano
Per uno che non sorride
E sono anche pieno di energia
Anche se a volte sono fiacco
Ma accade raramente
(Intendo esser fiacco)
Mentre più spesso non sorrido
E questo può essere un problema
Per uno che spesso ride
Nella sua torre d’avorio
Questo è il momento di pensare alla vita (*)
E poco altro conta
Si, pensare alla vita.
Ridendo senza sorridere
Ma pensare alla vita.

Roberto Camponizzi 21 febbraio 2022

(*) Frase estrapolata dal film “Oltre il giardino”, di Hal Ashby, nella versione italiana. Pronunciata da Benjamin Rand (interpretato da Melvyn Douglas) se non ricordo male. Non ho cercato la versione originale della frase perché mi sembrava perfetta così come l’ho ascoltata e recepita.

Sorridi un po’ ogni tanto, magari di nascosto se proprio non vuoi farti vedere

Sorridi un po’ ogni tanto
Magari di nascosto
Se proprio non vuoi farti vedere
Perché un motivo di sorridere c’è
Magari non spesso
Ma c’è
E non pensare troppo
Fai
Perché il sorriso
Raramente viene dal pensare
Ma spesso e più spesso dal fare
Lava per terra
Stendi
Stira
Zappa
Costruisci
Rompi
Fai che ti facciano male le braccia
O le gambe
O ritrovati con tutte le ossa rotte
Ma fai
E sorridi ogni tanto
Con gli occhi
Coi gomiti se riesci
(Cosa rara)
Ma sorridi
E pensa meno
Ascolta la musica
Mangia le acciughe
O la panna montata
Da sola
In due
In otto
Sorridi
Pensa meno
Fai
Sorridi
È tutto.

Roberto Camponizzi 15 febbraio 2022

Del muratore e del rispetto

Era la fine gli anni novanta, anzi, forse poco dopo il duemila e mi trovavo in un paesino dell’entroterra che da Masone si arrampica verso l’ovadese. Ero lì per un funerale, una persona anziana, mamma di un collega; a quei tempi ero ancora abbastanza giovane e non era ancora giunta l’età nella quale questi eventi diventano quasi seriali ed inevitabili. Una chiesa di medie dimensioni, un parroco anziano ma non troppo, molti paesani, odore di incenso, rumori di campagna che provenivano dall’esterno (quei rumori belli che sanno di lavoro, di animali, di sudore. Un rumore può evocare un sudore quando si presentano le prime afe avvisaglia dell’estate, pensateci).

A quei tempi, ma ancora adesso nei piccoli paesi, si seguiva a piedi il carro funebre fino al cimitero; i vecchi ed i parenti si fermavano, gli altri tornavano alle loro occupazioni. La strada era nel verde e fu lungo il tragitto che Marcello mi fece osservare quello che in realtà stavo già guardando; un muratore autoctono al secondo piano su delle impalcature, con il secchio del cemento che stava rigirando, vestito come si pensa si debba vestire un muratore degli anni settanta catapultato attorno al duemila, di un’età indefinita, indefinibile e forse infinita, ha posato i suoi attrezzi, ha guardato verso il carro, si è messo in piedi e si è tolto il cappello mettendolo sul petto ed abbassando lo sguardo. A carro passato è tornato alla sua attività quasi con un volteggio ma lentissimo, armonico, totalizzante. E Marcello mi ha mormorato ammirato alcune parole tra le quali spiccava “rispetto”. Ero giovane per capire appieno e il concetto è rimasto sospeso ma non la sensazione che avevo provato.

Rispetto per cosa? Per la morte? Per i parenti? Per convenzione? Ma ho capito solo dopo tempo che il rispetto che esternava quel muratore non era per la morte (che non merita rispetto), non per i parenti (che meritano vicinanza) e neanche per convenzione (non era in primo piano nella scena e sicuramente ignorava di essere visto) o per malcelata forma di atavica superstizione. Il rispetto era per la vita. Quella vita che in alcune fasi della nostra esistenza diamo per scontata ma che è un’attesa inconsapevole di quel momento nel quale qualcuno, se ci sarà qualcuno quel giorno, si toglierà il cappello per noi. La vita che stiamo vivendo adesso, la vita che quel muratore vedeva riflessa in modo consapevole o meno nel suo forte rumore di sudore.

Questa mattina ho visto passare un’altra auto di quelle lunghe lunghe e lussuose mentre ero in attesa che arrivasse Pauline ad aprire la nostra piccola chiesa, stavo fumando spostando ritmicamente verso il basso la mascherina e ascoltavo della musica. Non facevo rumore di sudore. Quando il carro è passato mi sono tolto la mia berretta di lana verde e l’ho rimessa, senza volteggio e senza la stessa grazia del muratore visto anni prima. Ho tolto il cappello subito dopo che mi era apparso il ricordo di allora ed è stato un gesto lento ed istintivo, naturale come a volte sembra esserlo respirare.

Scrivo ed è sabato sera, forse l’argomento può sembrare inopportuno in un periodo come quello che stiamo vivendo, forse era meglio, penserete, scrivere due righe sul sesso, sul calcio o su tante altre cose. Forse era meglio non scrivere affatto. Ma domattina, quando vi sveglierete, magari con qualche dolore o di malumore o pessimisti, pensate che qualcosa di buon è successo. Siete vivi.

Roberto Camponizzi 22 gennaio 2022

PS Non sono un figlio dei fiori, so che alcune vite sono molto ma molto difficili (e non è il mio caso chè, sebbene abbia spalato una discreta quantità di stallatico nella vita, guardandomi attorno vedo persone che hanno nel cuore o nel corpo dei dolori enormi), ma sono persuaso che buona parte di chi leggerà queste righe e penserà al proprio letame spalato non possa permettersi, anche solo per amore di sé stesso, di sottovalutare la luce dell’alba.

Fotografia da: http://paesi.altervista.org/?p=191

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