Questa è una storia vera. O verosimile. Che in fondo è lo stesso.
1978. Basilea.
Aéroport de Bâle-Mulhouse-Fribourg. DM in compagnia di un amico si appresta a lasciare l’Europa. Destino Guadalupa, Pointe-à-Pitre, Antille Francesi. Basilea è un punto di partenza ideale, pochi controlli nel 1978. Per l’Argentina ci sono ancora diversi stati da attraversare. Niente voli diretti. Non ce ne sono. E darebbero nell’occhio.
Fissatelo nella mente. Stiamo parlando del 1978.
Niente internet, niente agenzie di viaggio come le intendiamo adesso, niente prenotazioni on line, niente compagnie low cost. Nel 1978 un viaggio così te lo organizzi da solo, compri biglietti, chiedi informazioni sulle tratte da agenzie che consultano faldoni cartacei con orari stampati su carta di giornale. E paghi. Contanti o assegno, zero carte di credito, alcuni voucher di viaggio. Così sai che partirai dall’Italia e poi arriverai in Perù ma da lì all’Argentina, bé, è un altro discorso. Lì ti arrangi.
1978, Lima, Perù
A Guadalupa nessuna sosta. In aereo appena possibile, per Lima. Un aereo della Braniff International, forse un vecchio Douglas DC-4E statunitense riadattato ad aviazione civile dopo la seconda Guerra Mondiale dalla compagnia allora gestita, mi dice DM, da un russo e che dominava parte delle rotte dell’America Latina.
Da Lima con un vecchio pullman General Motors, si oltrepassano le Ande. Cuzco e i Graffiti di Nazca hanno impressionato meno degli strapiombi andini da dove si intuiscono resti di automezzi distrutti cadendo da strade strette e senza bordi. Danno sul vuoto. Se sbagli è zero o uno.
Ora c’è internet, scegliete se guardare cosa vuol dire o continuare a leggere. Se scegliete internet, bé, la lettura non fa per voi. Non tornate. Questa storia non fa per voi.
Passate le Ande DM arriva La Paz.
1978, Bolivia.
Da La Paz DM si avvicina al confine con l’Argentina dopo una sosta a Cochabamba.
Cochabamba. C’è molto da dire. Qua DM e OV (il socio e amico) assistono ad un comizio dell’allora dittatore Hugo Banzer Suarez in una piazza deserta ma pulita come ci si immagina la Svizzera e non un paese sudamericano. Solo alcuni ragazzi che giocano sotto il palco e qualche adulto che dorme al riparo dal sole. Qua si presentano a questo Generale smunto e pieno di medaglie che fino ad un attimo prima urlava sotto il sole come inviati da un paese amico. Gli stringono la mano. Se ne vanno. DM è l’unica persona che conosca che ha stretto la mano a un dittatore. Non che ci sia da esserne fieri, sono i fatti.
In Bolivia DM si ferma, meno di una settimana. Va a visitare la tomba del Che a Vallegrande riflettendo sul fatto che il Comandante aveva sbagliato tutto; gli ideali erano buoni ma ai contadini non interessava la loro liberazione, non erano interessati ad una lotta che gli avrebbe impedito di coltivare la coca che era l’unico mezzo per loro di andare avanti, e non erano interessati ad una Rivoluzione. Sulla cocaina avrebbero fallito anche gli USA in seguito, guidati da altri ideali, anche perché i principali consumatori li avevano in casa e la domanda rendeva inutile ogni sforzo di arginare la produzione. Avrebbero fallito anche in Afghanistan gli yankee, cercando di sostituire l’erba e l’oppio con lo zafferano, ma stiamo andando fuori tema…
Da Cochabamba DM si sposta verso Santa Cruz de la Sierra con il treno dalla Ferrocarril. Non ci sono orari a Cochabamba. Si chiede quando parte il treno e ti rispondono “domani”, “fra due giorni”. Non ci sono tabelle da consultare nella Bolivia del 1978.
Anche qua c’è la mano USA. Un treno del 1880, usato nell’Ovest statunitense fino allo sfinimento e riciclato. Un treno a scartamento ridotto, senza corrente elettrica a bordo, senza finestrini, senza servizi, senza acqua, con panche di legno e tre classi di passeggeri. In seconda si viaggia con gli animali. Non come gli animali. Con gli animali. Della terza non si sa nulla. Ogni tanto il treno si ferma a caricare bevande per l’immediato o banane da rivendere Santa Cruz.
Il treno del 1880 quando parte fa un piccolo scatto. DM è sulla piattaforma in fondo al vagone, vicino alla ringhiera a due metri da terra. Con un braccio OV lo tiene a bordo. Non dovrà aspettare il prossimo treno.
Da Santa Cruz de la Sierra c’è (c’era) una linea di pullman che porta nei pressi del confine con l’Argentina. Da lì si prosegue a piedi per qualche centinaio di metri nella desolazione di uno sterrato fino ad alcune baracche con i militari. Le intuisci da lontano mentre esci dalla selva boliviana per la presenza delle bandiere biancocelesti.
1978. Bienvenidos in Argentina.
I militari fermano DM e osservano il suo passaporto. Si allarmano, si consultano. Prelevano DM e lo portano in una baracca isolata, nel documento c’è qualcosa che non doveva esserci. Quel passaporto cartonato verde ha due timbri. DDR. DDR.
1978. Argentina. Baracche militari di confine.
Siamo nell’Argentina di Videla. Del regime militare. Dei desaparecidos. DDR è costola dell’URSS, ma più spietata, più cattiva. Il tenente Gian Francisco Cedron è categorico, chiede spiegazioni. E’ convinto che DM sia un addestratore militare o un volontario formato da militari del Blocco di Varsavia. E lo interroga. Per ore.
DM continua a ripetere che il suo visto della DDR è un visto turistico e che se fosse un agente infiltrato pronto ad inserirsi tra l’ERP o trai montoneros, come sosteneva Cedron, il visto non ci sarebbe stato.
E non si può chiamare a casa. Non si può nel Perù del 1978. O dalla Bolivia. O da quell’angolo remoto dell’Argentina. Non ci sono telefoni. Non c’è la possibilità di fare chiamate internazionali. Niente teleselezione. E poi chi chiami? Hai ventotto anni e nessuno sa che sei lì, neanche la tua famiglia. In Italia, come sempre, sanno solo il giorno del ritorno, ammesso che torni; e non come successe anni prima in Yugoslavia, che la mamma venne avvisata da un infermiere del figlio in coma dopo un frontale in moto. Lei non sapeva neanche fosse in Yugoslavia. E non sa niente di Basilea, Antille, Perù, Bolivia, Argentina. Gli anni settanta, dice DM sorridendo al telefono “erano meravigliosi”, “eravamo liberi”.
E mentre si aspetta al caldo il tenente gioca con due fili elettrici tra le mani. Poco rassicurante. Non deve rendere conto a nessuno.
El mundial! DM a un certo punto indica il bagaglio. Tira fuori una bandiera dell’Italia su due piccole aste. E dice che è lì per El mundial. El mundial! Argentina 1978, Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich… E che importa se nel 1978 erano rimasti solo Zoff e Benetti. Il tenente Cedron, di fronte a quel ventottenne ci pensa, si distende, si convince. DM è un turista innocuo, un ragazzo italiano elegante e inoffensivo. Lo fa andare.
1978. Argentina, Salta.
E’ andata di lusso, si va festeggiare. DM alloggia in un albergo da ricchi. Aria condizionata. Servizi. Ma alla reception sono strani e loro forse non sono lì per il Mundial. Meglio cambiare. Non destare sospetti. Vanno in una posada in periferia. Piano terra. Pavimento di terra battuta. Un ragno grande come una mano viene ucciso ed ora è ancora in un contenitore ermetico di vetro come souvenir.
Prima di arrivare a Salta vengono fermati diverse volte da militari. OV è un siciliano. Carnagione scura. Faccia da tupamaro. Un militare lo guarda. “Ti conosco”. Lo tengono per ore. Poi lo liberano. Senza una logica. Sei sotto una dittatura. E’ così che funziona. Basta un “sembri”. Basta un “ti conosco”. Nessun diritto. Solo fortuna. O soldi.
1978. Argentina, Salta, Aeroporto Martín Miguel de Güemes.
DM si imbarca su un volo per Buenos Aires. Ha passato altri posti di blocco ma ormai è dentro il Paese, non lo fermano, se non per identificarlo. L’aereo è vecchio, un bimotore: vola basso e c’è tempesta sopra il Rio de la Plata che appare grande dieci volte il Po. Pressurizzazione inesistente vista la quota, acqua dai finestrini. Non condensa. Acqua. E poi l’atterraggio con un carrello che si rompe. Niente di cinematografico, un gran rumore ma si atterra.
1978. Argentina, Buenos Aires.
Dall’aeroporto Pistarini in Taxi si va ad un teatro di Avenida Corrientes. E’ un sabato di aprile. In Avenida Corrientes al sabato è giorno di festa. Grosse auto americane posteggiate una appoggiata all’altra, che il freno a mano non usa. Si spinge. E se passi e vuoi attraversare, attento, gli autisti puntano i pedoni.
Si raggiungono i camerini e si tira fuori le bandiera. La bandiera dalle due aste.
Quella bandiera confezionata da mamma con tre metri di stoffa comprati sotto il Ponte Monumentale a Genova con la scritta “Forza Italia” fatta con una bomboletta di vernice nera. Una scritta che, dice DM, non è stata, vista a posteriori, felice. Non tanto per il Mundial ma per quanto ha significato quel “Forza Italia” qualche lustro dopo. E quelle aste, quelle aste preparate con dovizia che assieme alla bandiera non erano scopo ma solo un elemento del viaggio.
Oggi non si sa più viaggiare. Ci si sposta da un luogo all’altro mi dice DM. Il viaggio è altro. E’ il ferrocarril, il pullman, la brasiliana scopata a Salta (omessa nel racconto), la stretta di mano al Generale Suarez, il pavimento in terra battuta della posada, il ragno…
Si raggiungono i camerini, dicevamo, e si svitano le aste della bandiera che fanno scivolare della polvere bianca in un contenitore. Oltre a quello viene consegnato altro ma DM è reticente. “Meglio di no”, dice. Forse Cedron non aveva torto. Quel tenente Cedron che non aveva i cani molecolari. Non c’erano all’epoca, e i cani li usavano le milizie solo per aizzarli sui prigionieri.
Poi in sala in quel teatro di Avenida Corrientes a vedere l’ultima parte del concerto di una cantante italiana prima di riuscire a capire come tornare in Italia.
Che siamo nel 1978 e non c’è internet.
Roberto Camponizzi