Babbo Natale rosso rosso rosso che si vede da lontano!

Un giorno Babbo Natale era vestito di rosso (si, è sempre vestito di rosso, avete ragione). Ricominciamo. Un giorno Babbo Natale era vestito di rosso ma quello era un giorno speciale perché era la notte della vigilia ed era pronto a fare il viaggio con le renne col naso rosso (a dire il vero non so se hanno il naso rosso ma facciamo di si). Quel giorno Babbo Natale stava mangiando della farinata che aveva preso da due simpatici signori di Arquata nella sua cucina bevendo succo di betulla rosso come era solito fare. Dovete sapere che il vestito di Babbo Natale è rosso ma ha alcune parti bianche, ad esempio i bordi. I bottoni non so che colore siano. Distratto dalle letterine dei bambini ha scontrato il bicchiere e si è rovesciato trentadue grammi di farinata e ben novecentotrentasei gocce di succo di betulla proprio sul bordo bianco. Babbo Natale era disperato che lui di solito ha solo un vestito invernale per portare i regali e lo lava una volta al mese facendolo asciugare alla luce della luna (a meno che non sia di martedì che c’è la partita e lava il vestito il giorno dopo). Babbo Natale è un tipo molto preciso e non sarebbe andato a consegnare i regali con il vestito rosso con i bordi bianchi macchiati di farinata e succo di betulla. Non sapeva cosa fare! Ma pensa pensa gli è venuto in mente che avrebbe potuto lavarlo velocemente ma quel giorno non c’era la luna e non poteva consegnare i regali in ritardo di una settimana o di un mese. Allora pensa pensa gli è venuto in mente che ha un costume da bagno rosso con il quale va al mare d’estate ma poi ha pensato che avrebbe avuto freddo. Allora pensa pensa gli è venuto in mente che quando era molto ma molto giovane usava un vestito per i regali molto bello che non usava più perché era un rosso talmente rosso che i bambini lo vedevano da lontano e non poteva quindi arrivare di sorpresa. Lo aveva messo al riparo nella soffitta. Babbo Natale allora è salito su per le scale, è andato in soffitta, ha aperto il baule ed ecco il vestito! Era veramente molto rosso. Subito lo ha indossato e se ne sono accorte anche le renne al piano di sotto che hanno borbottato dicendo “sembri un semaforo”. Babbo Natale era contento anche perché il vestito gli stava alla perfezione, è sceso in cucina passando lontano dalla farinata e dal succo di betulla, si è caricato il sacco sulle spalle e bello contento, visto che non era poi tanto in ritardo, ha iniziato a fare il suo giro per il mondo con la slitta, questo bel sacco e le renne che indossavano gli occhiali da sole per quanto splendeva il vestito rosso. Solo un’avvertenza per tutti i bambini: stanotte Babbo Natale si vede di più ma non fate i furbetti o le furbette che se si accorge che lo vedete da lontano si tiene i regali poi li porta tutti a me!

Roberto Camponizzi 24 12 2021

(Immagine da https://www.costumesforsanta.com/contact/blog/what-does-santa-claus-do-during-the-summer pubblicata senza scopo di lucro)

Il portoricano coi baffi

Mia moglie mi ha lasciato
per un portoricano coi baffi
e dire che dei portoricani
ne avevo visto solo
nei telefilm americani
e in Italia non pensavo ne esistessero.

Si, mia moglie mi ha lasciato
per un portoricano
con la pancetta più abbondante della mia
e con un inizio di calvizie

Un uomo elegante
un sobrio proprietario
di un’agenzia di viaggi
dove lei è andata
per organizzare un viaggio in Kenya

Mi dovevo insospettire
almeno un po’
Mia moglie odia
il Kenya
il caldo
le cavallette
e il cappuccino poco caldo
che non c’entra con il Kenya
ma non piace neppure a me

Il portoricano e i suoi baffi
hanno chiuso la loro agenzia
senza lasciare debito alcuno;
poi lui ha comprato una casa in Portogallo
vicino a Lisbona
e mia moglie
si è trasferita da lui con i suoi baffi
(suoi di lui
non di mia moglie)
lasciandomi un biglietto d’addio
e rinunciando a qualsiasi diritto economico

Il biglietto recitava:
“se troverai un’altra donna
tienila lontano dalle agenzie di viaggi,
dai portoricani
e dai baffi”

Ho rilevato l’agenzia
mi sono procurato un passaporto falso
mi sono fatto crescere i baffi.

Dico a te:
“tua moglie è passata ieri,
stai attento,
vuole andare in Kenya.

Roberto Camponizzi 20 dicembre 2021

Pump up the volume, elementi di pensiero atemporale (ovvero come perdere tempo leggendo una teoria sul tempo)

Concepisco il tempo come un eterno presente. Non lineare. Non ciclico. Non spirale. Un eterno presente. Fatto di attimi che si riassumono in un unico, bellissimo e irripetibile impulso di Dirac.

L’impulso di Dirac in elettrotecnica e’ nullo per tutta l’osservazione del fenomeno ad eccezione dello zero, e il suo integrale sul parametro tra un tempo tendente a meno infinito e uno tendente a più infinito è uguale a 1. (1). Nel mio tempo tutto avviene contemporaneamente; questo è il fondamentale significato di quella cifra (“1”) per cui il tempo ha un solo significato percettivo ma non è reale per cui il tempo per essere reale richiede solo l’osservazione del fenomeno in rapporto ad esperienza e pensiero, a fisicità e mente, tra provvisorietà e anima. Il mio tempo non mi adegua ad esso e neppure me lo fa combattere, bensì mi dà solo modo di osservarlo.

Vivere un eterno presente comporta che per me tutti i fatti sono simultanei e non sembra esistere un passato o un futuro; tutti gli eventi avvengono contemporaneamente nella mia osservazione per cui il presente e’ solo un segnalibro; una bandierina che fissa un punto di riferimento quando devi orientarti per capire dove sei e quando sei ma anche dove sarai e dove eri che risultano alla fine sinonimi se non in quel breve momento fissato dal segnalibro.

Questo “tutto avviene contemporaneamente” significa che mentre sto scrivendo queste righe sto nascendo, sono in prima elementare, sono a lavorare su un traliccio, sto facendo sesso, bevo una birra dalla “pesca” a Villa Romagnano, dormo, piango, rido. E’ probabilmente morire e vivere nello stesso momento. Questo eterno presente ha avuto un inizio alla data del mio concepimento (o anche appena prima o anche appena dopo) ed e’ altresì limitato nel momento nel quale compio la mia osservazione. Per fede (e non per consolazione) il mio tempo non si concluderà alla fine del mio ciclo biologico e ritengo vera l’affermazione biblica che “siamo un vapore che appare e scompare” (2) per ciò che concerne la mia esperienza terrena.

Vivendo un eterno presente non ho la necessita’ né possibilità conscia di dimenticare ma ho obbligo morale di immaginare il futuro prossimo o successivo ovvero di continuare ad alimentare questo impulso denso di istanti fino a quanto mi verrò concesso. Non conosco né ho arroganza di rappresentare il tempo del dopo. Questo obbligo (3) lo sento mio nel momento in cui riconosco di avere ricevuto un dono fatto di infiniti istanti, infiniti doni, e che per ognuno di sono grato a Dio.

Scritto in memoria di Fabrizio “Fix” Figini

Roberto Camponizzi

13 06 2021 (di un eterno presente)

Postfazione

Ho iniziato a scrivere questo breve saggio nell’agosto 2018. Ho avuto sentore della mia concezione del tempo in giovinezza senza saperne dar forma concettuale.

Il saggio che stavo completando era tutt’altro che breve e si sarebbe sviluppato in circa duecento pagine di considerazioni e approfondimenti. Ho studiato, approfondito e letto argomenti e temi dei quali avevo solo una conoscenza parziale. Ho eliminato tutto a favore di quello che in fondo volevo veramente dire che è più semplice di quanto volevo far apparire. Tutto questo vano studiare e speculare invece di portarmi ad una migliore esposizione la appesantivano facendo perdere il concetto principale; ho capito che un’analisi estremamente tecnica e dotta avrebbe portato ad una sorta di esercizio intellettuale fine a se stesso, pieno di parole e concetti pomposi che spostavano l’attenzione dal contenuto; una sorta di saturazione dell’informazione da trasmettere, un esercizio di arroganza e supponenza. E da tecnico so che un segnale trasmissivo saturo non permette alcuna ricezione. Forse sarebbe piaciuto a coloro che amano riempirsi di parole oppure avrei potuto offrire una saggezza che non possiedo e, al limite, è mutuata.

Un’immensa perdita di tempo che mi ha arricchito culturalmente ma non ha portato amore nel cuore, che è l’unica cosa che conta. Ho ritrovato l’amore quando ho deciso che questi concetti erano superflui.

Ringrazio gli autori del libro “Fisica 1”, David Halliday e Robert Resnick in quanto mi hanno indirettamente ricordato che i concetti che appaiono semplici lo sono solo perché non ne abbiamo sufficiente conoscenza.

Pump up the volume (4) a tutti.

Note.

(1) In analisi matematica questo è vero nell’ambito del reale; mi è stato spiegato che ci sono spazi teorici nei quali il valore è pari a zero.

(2) Giacomo 4:14 “…mentre non sapete ciò che accadrà l’indomani. Cos’è infatti la vostra vita? In verità essa è un vapore che appare per un po’ di tempo, e poi svanisce”.

(3) “La nozione di obbligo sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata” (Simone Weil) Se l’obbligo e’ subordinato al diritto, l’obbligo di disciplinarsi per raggiungere una meta di ordine superiore non e’ una limitazione della liberta’ ma ne e’ una condizione necessaria ed indispensabile per esercitare tale libertà.

(4) Pump Up the Volume è un singolo del gruppo musicale britannico MARRS, 1987. Lo sto ascoltando adesso in auto a 21 anni mentre stiamo tornando da Alassio in provinciale.

“Partendo da Santa Cruz de la Sierra si esce dalla Bolivia, si oltrepassa uno sterrato, si entra in Argentina”. Sembra semplice. A parole. 1978. Diario di viaggio.

Questa è una storia vera. O verosimile. Che in fondo è lo stesso.

1978. Basilea.

Aéroport de Bâle-Mulhouse-Fribourg. DM in compagnia di un amico si appresta a lasciare l’Europa. Destino Guadalupa, Pointe-à-Pitre, Antille Francesi. Basilea è un punto di partenza ideale, pochi controlli nel 1978. Per l’Argentina ci sono ancora diversi stati da attraversare. Niente voli diretti. Non ce ne sono. E darebbero nell’occhio.

Fissatelo nella mente. Stiamo parlando del 1978.

Niente internet, niente agenzie di viaggio come le intendiamo adesso, niente prenotazioni on line, niente compagnie low cost. Nel 1978 un viaggio così te lo organizzi da solo, compri biglietti, chiedi informazioni sulle tratte da agenzie che consultano faldoni cartacei con orari stampati su carta di giornale. E paghi. Contanti o assegno, zero carte di credito, alcuni voucher di viaggio. Così sai che partirai dall’Italia e poi arriverai in Perù ma da lì all’Argentina, bé, è un altro discorso. Lì ti arrangi.

1978, Lima, Perù

A Guadalupa nessuna sosta. In aereo appena possibile, per Lima. Un aereo della Braniff International, forse un vecchio Douglas DC-4E statunitense riadattato ad aviazione civile dopo la seconda Guerra Mondiale dalla compagnia allora gestita, mi dice DM, da un russo e che dominava parte delle rotte dell’America Latina.

Da Lima con un vecchio pullman General Motors, si oltrepassano le Ande. Cuzco e i Graffiti di Nazca hanno impressionato meno degli strapiombi andini da dove si intuiscono resti di automezzi distrutti cadendo da strade strette e senza bordi. Danno sul vuoto. Se sbagli è zero o uno.

Ora c’è internet, scegliete se guardare cosa vuol dire o continuare a leggere. Se scegliete internet, bé, la lettura non fa per voi. Non tornate. Questa storia non fa per voi.

Passate le Ande DM arriva La Paz.

1978, Bolivia.

Da La Paz DM si avvicina al confine con l’Argentina dopo una sosta a Cochabamba.

Cochabamba. C’è molto da dire. Qua DM e OV (il socio e amico) assistono ad un comizio dell’allora dittatore Hugo Banzer Suarez in una piazza deserta ma pulita come ci si immagina la Svizzera e non un paese sudamericano. Solo alcuni ragazzi che giocano sotto il palco e qualche adulto che dorme al riparo dal sole. Qua si presentano a questo Generale smunto e pieno di medaglie che fino ad un attimo prima urlava sotto il sole come inviati da un paese amico. Gli stringono la mano. Se ne vanno. DM è l’unica persona che conosca che ha stretto la mano a un dittatore. Non che ci sia da esserne fieri, sono i fatti.

In Bolivia DM si ferma, meno di una settimana. Va a visitare la tomba del Che a Vallegrande riflettendo sul fatto che il Comandante aveva sbagliato tutto; gli ideali erano buoni ma ai contadini non interessava la loro liberazione, non erano interessati ad una lotta che gli avrebbe impedito di coltivare la coca che era l’unico mezzo per loro di andare avanti, e non erano interessati ad una Rivoluzione. Sulla cocaina avrebbero fallito anche gli USA in seguito, guidati da altri ideali, anche perché i principali consumatori li avevano in casa e la domanda rendeva inutile ogni sforzo di arginare la produzione. Avrebbero fallito anche in Afghanistan gli yankee, cercando di sostituire l’erba e l’oppio con lo zafferano, ma stiamo andando fuori tema…

Da Cochabamba DM si sposta verso Santa Cruz de la Sierra con il treno dalla Ferrocarril. Non ci sono orari a Cochabamba. Si chiede quando parte il treno e ti rispondono “domani”, “fra due giorni”. Non ci sono tabelle da consultare nella Bolivia del 1978.

Anche qua c’è la mano USA. Un treno del 1880, usato nell’Ovest statunitense fino allo sfinimento e riciclato. Un treno a scartamento ridotto, senza corrente elettrica a bordo, senza finestrini, senza servizi, senza acqua, con panche di legno e tre classi di passeggeri. In seconda si viaggia con gli animali. Non come gli animali. Con gli animali. Della terza non si sa nulla. Ogni tanto il treno si ferma a caricare bevande per l’immediato o banane da rivendere Santa Cruz.

Il treno del 1880 quando parte fa un piccolo scatto. DM è sulla piattaforma in fondo al vagone, vicino alla ringhiera a due metri da terra. Con un braccio OV lo tiene a bordo. Non dovrà aspettare il prossimo treno.

Da Santa Cruz de la Sierra c’è (c’era) una linea di pullman che porta nei pressi del confine con l’Argentina. Da lì si prosegue a piedi per qualche centinaio di metri nella desolazione di uno sterrato fino ad alcune baracche con i militari. Le intuisci da lontano mentre esci dalla selva boliviana per la presenza delle bandiere biancocelesti.

1978. Bienvenidos in Argentina.

I militari fermano DM e osservano il suo passaporto. Si allarmano, si consultano. Prelevano DM e lo portano in una baracca isolata, nel documento c’è qualcosa che non doveva esserci. Quel passaporto cartonato verde ha due timbri. DDR. DDR.

1978. Argentina. Baracche militari di confine.

Siamo nell’Argentina di Videla. Del regime militare. Dei desaparecidos. DDR è costola dell’URSS, ma più spietata, più cattiva. Il tenente Gian Francisco Cedron è categorico, chiede spiegazioni. E’ convinto che DM sia un addestratore militare o un volontario formato da militari del Blocco di Varsavia. E lo interroga. Per ore.

DM continua a ripetere che il suo visto della DDR è un visto turistico e che se fosse un agente infiltrato pronto ad inserirsi tra l’ERP o trai montoneros, come sosteneva Cedron, il visto non ci sarebbe stato.

E non si può chiamare a casa. Non si può nel Perù del 1978. O dalla Bolivia. O da quell’angolo remoto dell’Argentina. Non ci sono telefoni. Non c’è la possibilità di fare chiamate internazionali. Niente teleselezione. E poi chi chiami? Hai ventotto anni e nessuno sa che sei lì, neanche la tua famiglia. In Italia, come sempre, sanno solo il giorno del ritorno, ammesso che torni; e non come successe anni prima in Yugoslavia, che la mamma venne avvisata da un infermiere del figlio in coma dopo un frontale in moto. Lei non sapeva neanche fosse in Yugoslavia. E non sa niente di Basilea, Antille, Perù, Bolivia, Argentina. Gli anni settanta, dice DM sorridendo al telefono “erano meravigliosi”, “eravamo liberi”.

E mentre si aspetta al caldo il tenente gioca con due fili elettrici tra le mani. Poco rassicurante. Non deve rendere conto a nessuno.

El mundial! DM a un certo punto indica il bagaglio. Tira fuori una bandiera dell’Italia su due piccole aste. E dice che è lì per El mundial. El mundial! Argentina 1978, Zoff, Spinosi, Facchetti, Benetti, Morini, Burgnich… E che importa se nel 1978 erano rimasti solo Zoff e Benetti. Il tenente Cedron, di fronte a quel ventottenne ci pensa, si distende, si convince. DM è un turista innocuo, un ragazzo italiano elegante e inoffensivo. Lo fa andare.

1978. Argentina, Salta.

E’ andata di lusso, si va festeggiare. DM alloggia in un albergo da ricchi. Aria condizionata. Servizi. Ma alla reception sono strani e loro forse non sono lì per il Mundial. Meglio cambiare. Non destare sospetti. Vanno in una posada in periferia. Piano terra. Pavimento di terra battuta. Un ragno grande come una mano viene ucciso ed ora è ancora in un contenitore ermetico di vetro come souvenir.

Prima di arrivare a Salta vengono fermati diverse volte da militari. OV è un siciliano. Carnagione scura. Faccia da tupamaro. Un militare lo guarda. “Ti conosco”. Lo tengono per ore. Poi lo liberano. Senza una logica. Sei sotto una dittatura. E’ così che funziona. Basta un “sembri”. Basta un “ti conosco”. Nessun diritto. Solo fortuna. O soldi.

1978. Argentina, Salta, Aeroporto Martín Miguel de Güemes.

DM si imbarca su un volo per Buenos Aires. Ha passato altri posti di blocco ma ormai è dentro il Paese, non lo fermano, se non per identificarlo. L’aereo è vecchio, un bimotore: vola basso e c’è tempesta sopra il Rio de la Plata che appare grande dieci volte il Po. Pressurizzazione inesistente vista la quota, acqua dai finestrini. Non condensa. Acqua. E poi l’atterraggio con un carrello che si rompe. Niente di cinematografico, un gran rumore ma si atterra.

1978. Argentina, Buenos Aires.

Dall’aeroporto Pistarini in Taxi si va ad un teatro di Avenida Corrientes. E’ un sabato di aprile. In Avenida Corrientes al sabato è giorno di festa. Grosse auto americane posteggiate una appoggiata all’altra, che il freno a mano non usa. Si spinge. E se passi e vuoi attraversare, attento, gli autisti puntano i pedoni.

Si raggiungono i camerini e si tira fuori le bandiera. La bandiera dalle due aste.

Quella bandiera confezionata da mamma con tre metri di stoffa comprati sotto il Ponte Monumentale a Genova con la scritta “Forza Italia” fatta con una bomboletta di vernice nera. Una scritta che, dice DM, non è stata, vista a posteriori, felice. Non tanto per il Mundial ma per quanto ha significato quel “Forza Italia” qualche lustro dopo. E quelle aste, quelle aste preparate con dovizia che assieme alla bandiera non erano scopo ma solo un elemento del viaggio.

Oggi non si sa più viaggiare. Ci si sposta da un luogo all’altro mi dice DM. Il viaggio è altro. E’ il ferrocarril, il pullman, la brasiliana scopata a Salta (omessa nel racconto), la stretta di mano al Generale Suarez, il pavimento in terra battuta della posada, il ragno…

Si raggiungono i camerini, dicevamo, e si svitano le aste della bandiera che fanno scivolare della polvere bianca in un contenitore. Oltre a quello viene consegnato altro ma DM è reticente. “Meglio di no”, dice. Forse Cedron non aveva torto. Quel tenente Cedron che non aveva i cani molecolari. Non c’erano all’epoca, e i cani li usavano le milizie solo per aizzarli sui prigionieri.

Poi in sala in quel teatro di Avenida Corrientes a vedere l’ultima parte del concerto di una cantante italiana prima di riuscire a capire come tornare in Italia.

Che siamo nel 1978 e non c’è internet.

Roberto Camponizzi

Verlieb Dich in mich

Inverno.
Esterno notte.
Finale Ligure.

Ferie invernali,
da solo,
a trovare riposo
mentre in valigia
un biglietto per Londra
arrivava a scadenza
non rimborsabile.

Una Londra che poteva aspettare
e sta ancora aspettando
ma può fare a meno di me.
Non credo sentirà
la mia mancanza.

Sera.
Esterno notte.
Finale Ligure.

Camminavo in spiaggia
Una spiaggia immensa
senza strutture estive.
Dopo la cena
ancora al cammino
fino a diventare uno
con il ciottolato.

Al ritorno verso l’albergo
conobbi una ragazza
poco più giovane di me,
diciamo sulla trentina o poco più;
una ex tossica
con qualche dente in meno
e un pitbull
che lasciava libero
e che non incuteva alcun timore.

Per diverse sere ci siamo incontrati
e abbiamo chiacchierato per delle mezz’ore
col cane lì intorno,
in una Finale deserta
quasi tutte le sere;
sotto una pioggia sottile
entrambi senza ombrello
senza alcuno scopo
se non quello di parlare.

Non ho mai saputo il suo nome
e ricordo appena il suo corpo esile,
(troppo esile)
i capelli neri
(troppo neri)
e la giacca in pelle
(questo particolare
è inventato).

Credo che
pur senza mai toccarci
ci siamo scambiati le carezze
delle quali,
entrambi.
avevamo bisogno.

Poteva essere Londra
o più opportunamente Berlino
(Verlieb’ Dich in mich
suona meglio.
Deutsch-Amerikanische Freundschaf
docet)

Inverno,
Esterno notte.
Finale Ligure.

Una ragazza
poco più giovane di me
diciamo sulla trentina o poco più;
una ex tossica
con qualche dente in meno
ha lasciato in me un segno
simile a quello
che aveva nelle vene.

Roberto Camponizzi (25 02 2021)

(foto da krautreporter.de)

Per aspera ad astra

Disgustato dalla banalità del male
cammino scalzo sul pavimento gelido
incurante dei reumi
alla ricerca di un contatto
con una fisicità marmorea e gelida
ma sicura,
come sicuro si fa ad ogni passo
il mio equilibrio.

Annoiato dalla società liquida,
ben illustrata da Bauman
(che così poco conosco),
cerco il marmoreo contatto
con la società del valore
sebbene possa esser fredda all’apparenza
e provochi qualche reumatismo nell’anima.

Per quanto dura
una regola che ci si impone
è più sicura del fluttuare
senza riferimenti né bussole

E quando questa regola
sceglie noi
e noi scegliamo lei
inizia la buona lotta.

Per aspera ad astra
è più impegnativo
meno rassicurante dell’abbandono.
Abbandono che si traduce
nel farsi trascinare dai flutti
che per molti è conquista di libertà
ma in realtà è l’arrendersi
come corpo morto
ad una corrente che non ci condurrà mai
in porto sicuro.

Don Sillo mi diceva
che non chiudevo mai i miei temi
con una visione di speranza
Sebbene non possa più leggere queste righe
forse sarebbe contento di sapere
che la visione di speranza c’è
ora che in parte ho vissuto l’amarezza.

Mi ci sono voluti cinquant’anni per capire
che se la speranza prima non era in me
ora è lei che mi ha raggiunto
avvolto
convinto.

E nonostante talvolta la ignori
rimane ad aspettarmi
come contatto
con un pavimento gelido
al quale offro il pede scalzo
e con i reumi di corpo e anima.

Roberto Camponizzi (16 01 2021)

La Storia in un dopobarba

Avevo bisogno di un dopobaraba alcolico e tempo fa, dopo mesi, sono andato alla EKOM, catena di discount diffusa prevalentemente in Liguria. E sono andato a colpo sicuro perchè cercavo un dopobarba di quelli veri, che posti sulla pelle appena rasata abbiano un effetto simile ad un foglio di cartavetro liquida. Dopobarba da uomo vero, che disprezza le mode efebiche del liberismo commerciale e dal costo decisamente contenuto, 3 euro. Viene a chiedersi cosa c’è dentro. Risposta: 60% di alcool e un profumo bizzarro anni 70.

Ma non ero sicuro che fosse anni 70 così mi sono messo alla ricerca del produttore (la Uragme) e mi sono imbattuto nella storia di questa società e del suo fondatore. E ho riscontrato ancora una volta che in un prodotto apparentemente di poco conto in uno scaffale di un discount ci si imbatte nelle radici storiche di più popoli.

Il fondatore era appartenente alla famiglia Alhadeff, una famiglia di ebrei sefarditi che scappati dalla Spagna si sono rifugiati a Rodi.

Facciamo una piccola parentesi: il termine “sefardita” deriva dalla traduzione di “Spagna” in lingua ebraica. Gli ebrei sefarditi hanno vissuto in pace nella penisola iberica fino al 15° secolo; una pace per buona parte garantita dal dominio arabo allora molto tollerante nei confronti degli “Uomini del Libro”.La loro pace terminò in seguito alla “Reconquista”, ovvero la cacciata degli arabi e l’insediamento dei cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona. Lasciando il giudizio storico ed etico a chi legge, i Sefarditi furono costretti ad abiurare (Marrani) e/o con l’editto di Granada abbandonare la Spagna per altri territori europei. Giunsero ovunque ma in particolare la famiglia Alhadeff si rifugiò a Rodi.

In pace da anni, durante la seconda guerra mondiale a causa dell’esercito tedesco un componente della famiglia, SIlvio, fu costretto a rifugiarsi ad Alessandria d’Egitto. Ma l’avvento di Nasser comportò una nuova cacciata dal paese e una conseguente fuga in Italia. Nel tragitto Silvio Alhadeff incontrò un indiano che utilizzava un dentifricio di nome Forhans. Arrivato in Italia contattò il produttore statunitense e ne divenne il fornitore per l’Italia. Da lì partì la storia dell’azienda fino ad arrivare al mio dopobarba.

Ora al mattino non uso un semplice dopobarba ma un dopobarba che per arrivare a me ha fatto un giro nella Storia; sto usando un dopobarba che ha origine in una famiglia di ebrei sefarditi spagnoli protetti da musulmani e cacciati dai cattolici che sono giunti a Rodi per finire in Egitto a causa dei tedeschi ed essere nuovamente cacciati ed incontrare durante un viaggio un indiano che usava un dentifricio americano per stabilirsi in Italia per darmi modo di avere un pezzo di storia che non puoi fotografare ma hai lì, tra le mani e sulle guance. E questo ti spaventa e ti impressiona un po’ anche perchè il cognome Alhadeff in ebraico significa “il guidato” e questo mi fa riflettere sull’ importanza in ogni passo che facciamo e nella fiducia che possiamo avere anche nelle strade che appaiono più dure da percorrere.

Roberto Camponizzi 04 09 2020

PS il presente articolo è stato scritto senza scopi commerciali nè pubblicitari ma per dare testimonianza di quanto nel piccolo sia contenuto il mondo. Le fonti sull’Azienda Uragme sono state tratte dal sito dall’Azienda stessa. Il termine discount riferito all’Azienda EKOM non è utilizzato in forma denigratoria ma solo per chiarire il target commerciale e la Clientela di riferimento. Le fonti storiche sono solo in abbozzo e possono contenere inesattezze non essendo un trattato di studio ma un articolo prettamente divulgativo.

Tutto vorrei tranne questo

Hai occhi puliti
come raramente si incontrano
anche se il mondo
è pieno di occhi

Ma anche se ci sono molti occhi,
solo in alcuni casi,
non so perchè,
riesco ad andare oltre
e non fermare il mio sguardo.

Perchè ti fanno entrare
come un uscio aperto
e ti danno modo
di leggere dentro.

Non so bene cosa leggo
ma quando succede
la sensazione è molto bella
e sembra di essere parte di te.

Una sensazione talmente forte
da farmi distogliere lo sguardo
e pensare ad altro
in quanto so,
per esperienza,
che farsi leggere
può intimidire
spaventare
creare equivoci
e tutto vorrei tranne questo
amica mia.

Hai poco più di vent’anni
io ne ho cinquantaquattro
e questo chiude il discorso
in merito agli equivoci.

La mia speranza
è che chi li leggerà in futuro
sia la persona
che non solo sappia leggerli
ma anche preservarli
ed amare
ciò che io ho solo potuto intuire.

Roberto Camponizzi 23-24 agosto 2020

La risposta la sapete già

Ora che vivo per attimi
Ora che dimentico il presente
e non solo il passato
Ora che guardo al momento che segue
posso permettermi
di dirvi basta

Basta agli indici puntati
Basta agli indici contro
Basta al vuoto che vendete
con le vostre parole
Basta al vuoto che mostrate
con le vostre opere morte
Basta a chi
ha perso etica e vita
ha perso l’amore per il Sacro,
Il vero Sacro,
e si è fatto inglobare
nella propria vile ignoranza.
Basta a chi ha perso
E crede di aver vinto
Ma non vede al di là
Delle proprie pupille
E guida altri ciechi
O si fa guidare da ciechi.

Una bottiglia di plastica
Mi ha fatto riflettere.
Una bottiglia.
Niente di eccezionale.

Una bottiglia
buttata nella raccolta indifferenziata,
cosa che mi rende colpevole della distruzione del mondo
mentre nulla contano
un centinaio di anni di inquinamento
a nome del profitto.
No, la colpa ora la scaricate su di me.
E non mi applaudano i negazionisti
che ne ho anche per loro.

Ma basta non basta
e un esempio vale per ciò che vale
che l’orizzonte è più vasto.
Basta non rende abbastanza l’idea.

E allora vaffanculo
Vaffanculo
Vaffanculo alla vostra vita a premi
Vaffanculo ai sogni di metallo
Vaffanculo ai sogni di nulla.
Vaffanculo ai sogni finti
senza sognare davvero
ciò che vale
Vaffanculo ai vostri incentivi economici
Vaffanculo alla vostre file saltate
in posta, al supermercato, alla ASL
Vaffanculo alle vostre battaglie di principi
che non vi fanno vedere chi non può nutrire i propri figli
che non vi fanno vedere chi annega e muore
e vi fanno chiudere gli occhi verso chi li fa annegare e morire
Vaffanculo ai vostri campi da golf
ma anche alle scarpe da calcetto
ed anche alle bici elettriche
Vaffanculo ai vostri complotti
Vaffanculo alla vostra falsa idea libertà
Vaffanculo alla vostra terra piatta
(come se cambiasse qualcosa)
Vaffanculo al vostro rifiuto della realtà
Vaffanculo al vostro egoismo
Vaffanculo perchè non vedete i bambini morire
e non li onorate come principi
e dopo duemila anni non avete ancora imparato
ad essere come loro.
Vaffanculo a voi
Vaffanculo alle vostre pretese
Vaffanculo ai vostri falsi bisogni
Vaffanculo al vostro superfluo
Vaffanculo ala vostra mancanza di amore
Vaffanculo ala vostra fuga dal reale
Vaffanculo ala vostra rabbia
Già che ci sono vaffanculo anche ai preti.

Ciò che vale è semplice
come una dispensa di un vecchio
ed è più prezioso
delle vostre app
(per dirne una)
dalle quali vi siete fatti fottere i sogni.
il marito
la moglie
il cuore
la vita

Ma non sentite e non vedete la bellezza
del frusciare delle pagine di un libro
o della voce di un amico,
o di un panino
o della luce tra la foglie?

Sono qua
fermo ad ascoltare
le gocce di serenità
che colano dalle pareti
con la porta sempre aperta
pronta ad accogliere
chiunque sappia scoprire
di essere stato ingannato

Il mio vaffanculo si ferma qua
Dove ritorna amore e ragione.
E se vi sembro supponente,
e se vi sembra che voglia apparire migliore
del poco che sono
e che so di essere
la risposta la sapete già.


Roberto Camponizzi 18-19-20 agosto 2020

Molto è incerto e molto sembra perduto ma ricordate che siamo uomini.


Ricordate che siamo uomini. Qualsiasi cosa succeda ricordate che siamo uomini. L’estate ha fatto spazio allo sgomento, lo sgomento ha fatto spazio alla sfiducia e molto è incerto e molto sembra perduto ma ricordate che siamo uomini.

Ripeto quanto riportai mesi fa: “¿Sería posible que quizá tengamos que vivir años en esta forma? ¿Totalmente librados a nuestro proprio medios, más aislados aún que Robinsón en su isla?“. (1)

Sarebbe facile scrivere che siamo in piena notte e che presto ci sarà la luce dell’alba. Non è così. La notte è solo all’inizio e non so quanto siamo preparati ad affrontarla. Da un lato ci sono le luci festose del Titanic che portano molti di noi ad una grande festa obnubilando il nostro primordiale istinto di pericolo e dando spazio alla cecità., così cara a Saramago, che porta ad un’inevitabile derrota che ci lascia intatta la possibilità di incolpare gli altri della nostra sorte.

Da un lato siamo al passo del terrore vedendo avvicinarsi l’inevitabile consci dell’impossibilità di non reagire abbracciando un nichilismo infruttuoso che, come contrappasso, ci fa perdere anche gli ultimi balli di coloro che sono sul Titanic (a volte l’inconsapevolezza è quasi preferibile, perlomeno a piccole dosi).

Ma c’è una terza opzione che è la più impegnativa, il ricordarsi della premessa iniziale e ricordarsi di essere uomini. Non che ci porti al timone della nave ma ci renda la sensazione di essere in grado di vegliare nella nostra condotta ricordando di esercitare le nostre capacità di sopravvivenza all’imponderabile minaccia che sta portando alla fine ciò che abbiamo conosciuto come familiare. La notte non è ancora finita ma da uomini possiamo agire come se fossimo alla luce del giorno.

La pandemia è stata solo la punta dell’iceberg di quanto non funziona in quanto abbiamo costruito male e di quanto poco abbiamo memoria della nostra storia sebbene ripetiamo a pappagallo che corriamo il rischio di tornare sui nostri errori. La pandemia ha ricordato che il re è nudo ma non ci siamo accorti che il re siamo noi, che noi ci siamo fatti re. La vera pandemia non ha colpito i corpi ma le menti, ha spiazzato e sbilanciato anche il minimo equilibrio personale.

Era scritto ma non abbiamo ascoltato, così come il re di Giuda Sedechia non ascoltò Geremia. E noi ci siamo fatti sedurre come quel re ma Geremia ci parla ancora e possiamo e dobbiamo ascoltarlo. Non parla di suo e per ascoltarlo non dobbiamo ascoltarlo di nostro che non ne saremmo in grado ma alzare gli occhi in cerca di aiuto. Niente è nostro e niente è in nostro potere ma avendolo in gestione possiamo ancora farlo al meglio.

Non saremo in molti, e questo spaventa.
Spesso ci crederemo soli, molto soli, e questo spaventa.

In questa oscurità, che è all’inizio, cominciamo con poco. Con le faccende quotidiane, con la cura di noi, con la cura di chi amiamo e di chi ha bisogno. Alcuni cederanno, è inevitabile, ma quei pochi, fosse solo uno dei pochi a rimanere in piedi, vedranno il da farsi per ricostruire.

E se arriva lo scoraggiamento ricorriamo alla ripetizione delle cose consuete, il lavarsi la faccia, farsi la barba, avere cura di ciò che è prezioso. E poi cingiamoci i fianchi quando sarà il momento. Come gli uomini sanno fare.

Roberto Camponizzi 14 agosto 2020

PS
Il termine “uomo” usato in questo articolo è riferito sia agli uomini sia alle donne come termine neutro, indicando un essere cosciente e responsabile dei proprî atti e delle conseguenze degli stessi.


(1) https://robertocamponizzi.home.blog/2020/03/15/covid-19-e-la-nevicata-di-hector-german-oesterheld/

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