Stavo pulendo il frigider quando IMPROVVISAMENTE sono diventato Mustafa Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan ed intorno a me era il 1951 ed assieme ai peshmerga mi sono ritrovato a Baku (URSS) dove, nel mio esilio, mi sono incontrato con Stalin. Che pasticcio…
In tutto questo ho perso di vista Canuffo e non nascondo di essere preoccupato; l’ho visto pochi mesi fa, nel 1948 a Belgrado con in mano uno stantuffo ad idromotore mentre cercava di varcare l’ingresso della mostra biennale quell’anno dedicata a Paul Eluard ed al suo rapporto torbido con Salvador Dali’.
Ieri Canuffo mi ha telefonato parlando con lo strobocannone dicendo che l’autobus non aveva le solite rotaie laterali dette bandelle ferriche che catalizzano i radioplasmi… Terribile. Ormai sono rimasti in pochi che conoscono il suo segreto, il sorbitolo androforme! L’ha sintetizzato partendo dalla colza, quel furbone! Ci sara’ qualcuno che avra’ sublimato la nemesi iconosclastica dopo la lettura delle sue missive di fuoco? Speriamo non debba usare lo strafucile perche’ e’ tutto sempre piu’ complicato. Alcuni ormai stanno cambiando i proprio discorsi e ragionamenti, tipico della sindrome del grillotalpa che si prende per contatto con Canuffo.
Naspartome mi aveva avvisato! Non rimane che immergersi in un pozzo colmo di luna, passera’. E subito dopo affrontare Calypso dalle sette teste.
Solo oggi, 19 giugno 2010, sono tornato in me; ho trovato alcune tracce latraci di Canuffo che riecheggiavano nella dispensa, dietro allo spruzzino; dopo averlo spostato si e’ udita chiara la sua voce metallica trasformata in rombo dallo strobocannone; ho chiuso, sconsolato, aspettando la sua prossima mossa e mi sono messo a stendere il bucato prima di farmi le linguine con la bottarga e l’olio all’aglio. Non temo Canuffo ne’ il suo archibugio primordiale che innesca lo strafucile; mi chiedo piuttosto che futuro avranno le nuove generazioni ora che Canuffo, si lui, Canuffo!, e’ in grado di seguirmi nelle mie trasformazioni. Cerchero’ di resistere e di combattere per un’alba priva di riverberi anacoscopici; solo cosi’ avremo un futuro analitico!
Roberto Camponizzi
Immagine: Vintage Buddy L 1000-Shot Paper Cracker Toy Rifle
Storia di un bacio
Questo pomeriggio ero in stazione. Sul marciapiede, al binario, c’erano tre persone sulla sessantina, due donne ed un uomo. La donna, piu’ anziana, era un po’ in disparte mentre gli altri due erano piuttosto vicini.
Passando li ho sentiti parlare tra loro con un tono di voce inusuale per quelle che normalmente si considerano persone normali. Li ho osservati ed ho notato i visi, visi che ho potuto vedere in tanti ospedali psichiatrici e servizi di salute mentale.
L’uomo, dal fisico fiacco ma che tradiva qualche chilo di troppo, era vestito in maniera molto semplice, vestiti decisamente modesti ma dignitosi.
La donna della coppia era sovrappeso, capelli corti e viso lucido, un paio di ballerine ed aveva il tipico dondolio parkinsoniano di chi assume farmaci antipsicotici.
Ad un certo punto, mentre parlavano sorridendo, il viso suo e dell’uomo, gonfio ed arrossato, si sono avvicinati. Si sono abbracciati in maniera decisa e si sono dati un lungo, lungo, lungo bacio sulle labbra.
E’ stato un bacio bellissimo, forse il piu’ bello che abbia mai visto, includendo anche foto e dipinti famosi. Un bacio bellissimo, ma la cosa piu’ impressionante e’ che tutto intorno sembrava si fosse fermato il tempo.
Un bacio bellissimo ed ho avuto la sensazione, chiara come la piu’ forte delle luci, che l’amore si poteva toccare. Ed era li’, a pochi metri da me.
Roberto Camponizzi
Nota del 30 dicembre 2019
Ho riportato un mio scritto dell’undici ottobre del 2010. Rileggendolo dopo anni ritengo abbia mantenuto intatta la sua forza narrativa ed evocativa sebbene il finale ora mi appaia troppo enfatico; tuttavia in me sorge una domanda ovvero quanto io sia cambiato da allora. A tutto c’è risposta, anche a queste domande che sembrano oziose e prive di senso pratico (come ho avuto modo di dire in altre occasioni “da privilegiato”).. E la mia risposta è nelle suole delle mie scarpe consumate dalla strada fatta, mai da solo sebbene a volte credessi di esserlo, e dal fatto che la risposta è affermativa. Si, sono cambiato e contento di questi cambiamenti. Il ferro si affina col fuoco. Quanto a loro, i protagonisti di questa storia, posso solo sperare che abbiano avuto un futuro di bellezza pari ai loro visi.
Crediti foto: Dr. Who, Rose’s farewell. Storia di un bacio mancato.
In principio hanno ucciso i bar da spuma, ora stanno sparando alle spalle alle sciamadde.
Hanno chiuso il Bar Luccoli. Uno dei bar dove passavo da anni quando venivo a Genova per un caffè o per mangiare qualcosa di veloce. Al suo posto una nuovissima osteria (promettente e che mi riprometto di visitare un giorno di apertura) che, a giudicare da quanto ho letto su internet quando sono rincasato ha certamente molto da dire. Onore e gloria a chi ci mette di suo per dare “vita alla vita” nei vicoli ma oggi ho comunque sentito un piccolo dolore e un piccolo momento di dolce nostalgia (i brasiliani direbbero saudade, una parola spiccia che ne riassume molte).
Si, perchè in quel bar ho preso tanti caffè, chiacchierato con sconosciute e sconosciuti, mangiato da solo o in compagnia (e un amico vercellese credo ricordi ancora), ho ascoltato il trallallero al pomeriggio, ho bevuto del buon vino, ho aspettato che spiovesse e sono anche riuscito a dare via un calcolo renale una mattina di marzo di qualche anno fa (ricordo il rumore metallico e il grande sollievo successivo). Subito a fianco è ancora aperta una gastronomia (come si usa dire impropriamente adesso) che ho conosciuto quando era composta da una stanzetta con pochi sgabelli e la cucina subito dietro la vetrina; si è ingrandita e ristrutturata ma oggi mi metteva un pò di soggezione, non tanto per il locale, ma per la clientela. Un po’ come per le Osterie di fuori porta di Guccini per intenderci.
Nessuna tristezza ma ultimamente, e mi sgancio sul pensiero diretto riferito a questi specifici locali per affrontare un tema più ampio ed articolato, ho notato che ha avuto forse torto chi non prevedeva una Genova fatta di camerieri; i vicoli sono cambiati e molto. Sono cambiati e molto nella storia ma il cambiamento di adesso è piu’ profondo e inquietante.
Una delle cose più belle nello scrivere un blog è poter utilizzare sia parole desuete (desuete come il temine stesso che le definisce) che poter permettersi di citare Kirkegaard dimenticando magari una vocale, di parlare del metodo educativo del dott. Spock (intendo Benjiamin) a cui è stato reso omaggio dalla fantascienza (non fiction) televisiva, sapendo che chi legge lo fa per scelta e se non vuole continuare si ferma. Non ci sono like o cuoricini, giusto qualche messaggio ogni tanto, ma cambiano sia forma che sostanza della comunicazione.
E dopo questo lungo soliloquio passo alla parola che descrive a mio avviso quanto sta avvenendo al centro storico di Genova: gentrificazione.
Mi aggiro sospeso tra locali da fighetti, finti locali storici, finti gusti, uguali a quelli visti in altre città d’Europa. Un tempo per scegliere un locale guardavo quasi di nascosto i visi dei cuochi, dei camerieri (delle cameriere), dei Clienti. Ora niente. Tutto uguale. Tutto perfetto come le wiener schnitzel dei centri commerciali, che sono buone ma di un gusto standard, che accontenta tutti senza offrire la cosa più importante, la veracità. E camerieri e cuochi disumanizzati, sempre sorridenti a contratto. Poi mi ritrovo davanti a panifici che fanno la focaccia al pesto, che non è come pucciare un po’ di focaccia nel pesto metre si cucina ma si tratta di vendere come prodotto tipico una bestemmia, vedere uscire dal forno delle lasagne al pesto (il pesto non si cuoce, bestie!), vedere in vendita il pesto senz’aglio, vedere sparire le trippe dai locali e qualsiasi cosa che sappia di qualcosa. Sa tutto di pollo ormai. Ma non di pollo quello fatto a forma di pollo, ma quello centrifiguto, ricolorato e aromatizzato dei nuggets. Vorrei anche calcare il fatto delle scomparsa della trippa tranne in qualche locale di tendenza dove un piatto costa quanto un filetto alla Voronoff. Siamo circondati da locali “ciappanesci” (grazie Diego per il termine) nei quali tutto è finto e sterile e manca l’anima di chi cucina e di chi serve. Avete visto il film “Come l’acqua per il cioccolato”? Se la risposta è no guardatelo, capirete cosa voglio dire.
Ci stanno prendendo per il culo. Ci fanno sentire a casa in ogni città del mondo offrendoci la versione che ci aspettiamo di quel mondo. E ci dicono che è quello che vuole il Mercato. Lo stesso Mercato che ci vuol convincere che noi preferiamo una lattina di Fanta da 3.50€ ad un bicchiere di spuma all’arancia da 50 centesimi, che convince i bambini che il tè freddo è quella broda zuccherina che vendono in bicchieri di plastica e che contiene il glucosio di dieci chili di mele. E che inventa il pesto senz’aglio. E allora no. Non è nostalgia di un privilegiato che ha comunque un piatto pieno davanti e mangia e dorme al caldo. Posso solo ringraziare per questo. E’ la consapevolezza che stiamo tradendo noi stessi, la nostra storia, la nostra cultura, il nostro passato e, cosa ben piu’ grave, stiamo vendendo il nostro futuro.
I locali che vedo hanno una clientela standard come i loro prodotti. Raramente mi sono sentito in soggezione entrando in un ristorante; in passato ho frequentato sia ristoranti che accettavano solo carte di credito sia bettole infami; la parola giusta non è soggezione, il termine corretto è alienazione, sentirsi fuori posto. Perchè quel posto non esiste in realtà ed è proprio quel posto ad essere alieno. Non si fuma più nei locali ma forse ora alcuni di questi puzzano di più, puzzano di finto, di cartone, di finta sicurezza.
Roberto Camponizzi
PS aver tirato dritto davanti a diversi locali mi ha portato a Piccapietra al Mercatino di San Nicola dove ho mangiato tre fette di focaccia al formaggio per tre euretti ben spesi (per il Gaslini sono anche pochi) ma a darmi altro sorriso (si perchè sorridevo anche davanti alla focaccia al pesto) è stato incontrare Paola: “Pallina, hai il tuo perchè” diceva Diogene. E se non lo diceva Diogene è lo stesso, questo è un blog.
Sabbia, macigni e vita
Un peso macigno dentro
non mi impedisce
il sogno.
Lo ostacola
ma non lo abbatte.
E anche se in pochi sanno
della presenza di questa roccia
quei pochi conoscono
l’amore che allevia il peso
e quant’io cerchi la vita.
Per farla scivolare
come sabbia.
Per dare spazio
a nuova sabbia
e a nuova vita.
Il macigno è per un tempo,
la vita è per sempre.
Come le mobili dune
di un vivissimo deserto
Roberto Camponizzi, dicembre 2019
Fotografia scattata in un giorno di pioggia presso l’elicoidale di Sampierdarena, vero street food in suburra senza disciplinari e senza DOP.
Cattedrali
Le poesie sono dirette, questo è che ciò che mi spinge a scriverle; la necessità di esprimere dei sentimenti forti, cosa che non sempre si può ottenere con la prosa e il racconto, esprimere emozioni, non necessariamente facenti parte del mio vissuto, in modo che il lettore possa ricevere una sensazione forte, che colpisca prima lo stomaco piuttosto che la mente o il cuore.
Questo articolo è un esercizio per me inedito in quanto ho intenzione di andare oltre il risultato da me ambito ma di dare anche la spiegazione con analisi e commento di come questa poesia, come tante altre, nasca dall’esigenza di esprimere un sentimento e illustrare come sia arrivato a farlo, le motivazioni della forma, delle parole ed anche del titolo. “Cattedrali”, ad ogni buon conto, è stata scritta in poche decine di minuti ma ogni parola, ogni pausa, è ponderata e studiata ed ha una motivazione.
Il mio consiglio è di leggere il testo. Se vi soddisfa, se vi arriva a stomaco e cuore, potete anche non proseguire.
“Cattedrali”
Non importa se è tutto sbagliato
e non mi importa di ciò che fu
Siamo qua.
Ora.
Non siamo chi ci ha preceduto
siamo quelli di adesso
E prendiamo il buono
E scordiamo il male di ieri
assaporando il miele di oggi
che viene da stagioni antiche
e prepariamo sia il fiele che il miele
per oggi
qua
ora
adesso.
Fiele che sarà dimenticato
Miele per chi vivrà domani l’oggi.
Luogo e circostanza: la poesia è stata scritta nel 2017, a marzo, durante una breve feria ad Annecy, in Alta Savoia. Città particolare, affascinante, che sorge su un lago e si immerge in stretti canali tra casa e casa. Ero solo tra quei canali ed ho girato ore fino a trovarmi di fronte all’Église Saint-Maurice. Da cristiano evangelico proveniente dal cattolicesimo ho comunque presente di quanto questi edifici costruiti da mano d’uomo non sono un tabernacolo, Dio è presente nel cuore di chi crede e non in in un edificio, è presente negli occhi di coloro che soffrono (“quello che avete fatto a loro lo avete fatto a me”) ma anche di coloro che gioiscono. Un contrasto sul quale non ho intenzione di fare il punto centrale dalla mia analisi ma è indispensabile per capire la genesi del mio scritto che si discosta da una cultura ed una fede religiosa molto distante dal cattolicesimo preponderante nel nostro Paese. In alcune chiese le statue mi turbano, come idoli, e le visito malvolentieri, in altre mi sento a mio agio a pregare nel silenzio e parlare con Colui che è in questo silenzio. Église Saint-Maurice è in stile gotico. Gotico e aspro,duro, asciutto, con pochi abbellimenti vani. Ero pienamente a mio agio.
Nella solitudine di questa chiesa posta in mezzo a strade colme di gente festante ho passato un buon momento di serenità e riflessione ma contemplando quasi da spettatore il mio dolore dovuto a mie vicende personali di quel periodo. Visitandola ho fatto caso ad una targa che illustrava come Annecy, durante il tempo di Calvino a Ginevra, accolse i cattolici che sfuggivano alle persecuzioni degli evangelici protestanti. Fu una guerra intestina crudele nel nome di un Dio che ognuno voleva far suo e che mai ha chiesto di spargere sangue per provare la propria visione.
Ed ho pensato che mentre i cattolici uccidevano i protestanti i protestanti facevano altrettanto; non occorre andare molto lontano per aver contezza di quanto la religione possa essere strumentalizzata per nascondere la mancanza di fede. Pensiamo al Brasile di Bolsonaro, alla Colombia con il suo recente colpo di Stato e ai suoi nuovi tiranni, agli estremisti che ancora oggi seminano il loro odio. Gli esempi non mancano.
Ma io ero li’, nel presente. In quel preciso momento. E i miei pensieri, la mia poesia, hanno preso spunto da quello ma ne sono svincolati allo stesso momento. Non è e non vuole essere una poesia sulla religione ma è una poesia sulla condizione umana.
Non importa se è tutto sbagliato
e non mi importa di ciò che fu
Siamo qua.
Ora.
Noi non siamo quelli che hanno vissuto prima di noi, non abbiamo le loro responsabilità. Anche per la legge la responsabilità penale è personale e non collettiva. Noi siamo quelli che vengono dopo di loro, stiamo scrivendo una nuova storia. Ora.
Non siamo chi ci ha preceduto
siamo quelli di adesso
Di chi è venuto prima di noi possiamo trarre lezione per non ripetere gli stessi errori
E prendiamo il buono
E per vedere il domani dobbiamo non far nostro il male di chi ci ha preceduto (che non vuol dire dimenticare, vuol dire letteralmente non far nostro), e godere della dolcezza del nostro presente (in questo caso ho usato la il termine “miele” che ricorda ataviche sensazioni di abbondanza e che si ritrova citato spesso nelle Scritture, cosa adatta al luogo). Questo miele è il risultato della nostra storia collettiva e personale (in questo caso una non esclude l’altra) ma nella nostra condizione attuale va messo a disposizione. Ma siamo umani, e sappiamo che non riusciremo a preparare solo il miele ma anche qualcosa di amaro e inevitabilmente riversiamo su noi stessi e su chi ci circonda. E lo prepariamo qua, adesso, perchè è questo il momento nel quale stiamo vivendo.
E scordiamo il male di ieri
assaporando il miele di oggi
che viene da stagioni antiche
e prepariamo sia il fiele che il miele
per oggi
qua
ora
adesso.
Come nelle persecuzioni di un tempo il fiele spesso sarà dimenticato, come spesso le lezioni del passato vengono dimenticate e si ripetono. Quello che importa è che il miele che prepariamo per adesso sarà indispensabile a coloro che verranno dopo di noi per mitigare l’amarezza del fiele. Il miele, scientificamente, non scade. Si parla di oltre 3000 anni di conservazione. Il fiele scade, diventa innocuo.
Fiele che sarà dimenticato
Miele per chi vivrà domani l’oggi.
Nella mia vita era giunto il momento di iniziare a riporre l’ampolla di fiele per dare spazio ai vasi di miele e dovevo cominciare ad assaporarlo per perseverare nel cammino che mi ha portato ora, a quasi due anni di distanza, ad averne ancora. Nonostante fosse così terribile il fiele che ho dovuto trangugiare e proverò sicuramente ancora ho un otre nuovo nel quale questo miele abbonda. Otre e cuore si somigliano in fondo.
Ora potete scegliere se apprezzare (o disprezzare) la mia poesia senza spiegazioni oppure essere consci che scrivere poesie non è mettere giù due righe andando a capo a caso. Per me la vostra scelta può essere importante o meno ma in fondo non cambia niente. Spero che cambi qualcosa in voi.
Roberto, Dicembre 2019.
Nella foto particolare dell’Église Saint-Maurice d’Annecy
Bicchieri
Ci sono cascato, perlomeno negli ultimi vent’anni. Perchè così si capisce meglio cosa si sta bevendo, perchè si assapora ogni caratteristica del vino, si riconosce il tasso alcolico dagli archetti sul calice e l’annata dal colore, altre cose dai profumi e molte altre cose ancora che fanno apprezzare altre cose ancora ed altre cose, cose su cose, fino allo sfinimento. Funziona. Un bel metodo, e funziona. Nonostante ancora adesso faccia fatica a distinguere gli odori a causa del mio pessimo olfatto ma funziona e non solo. Quasi certamente è indispensabile quando si gustano dei vini di qualità.
Ora che ho 53 anni però sono stufo di perdere tempo. Sono stufo di perdere tempo ricercando qualcosa che è secondario all’occasione nella quale si beve il vino. Si, perchè ho capito che l’occasione è più importante del vino stesso.
Il vino non si beve da soli, si rischia una brutta china, si beve in compagnia. Ma non basta qualsiasi compagnia, l’ideale è berlo tra amici, con la propria donna, con un amico che ha voglia di parlare, ad una festa, con altri amici al bar (ogni tanto, sempre per evitare la brutta china di cui sopra). Ed a quel punto la qualità del vino diventa secondaria all’occasione, non ci si vede per bere ma si beve perchè ci si incontra. Il centro è l’incontro, il vino è il pretesto. Se il vino è un Amarone è un ottimo pretesto ma tale rimane. Il centro di tutto è guardarsi negli occhi e solo dopo guardare il vino.
Pochi bevono vino, molti lo degustano. Che parola impegnativa e piena di sè se associata a questo contesto. Dalla Treccani: “degustare v. tr. [dal lat. degustare, der. di gustus «assaggio, gusto, sapore»]. – Assaggiare, assaporare – bere o mangiare una piccola quantità di liquidi o cibo, per individuarne il sapore e la qualità”. E questa piccola quantità si deve mescere in bicchieri dalle forme opportune, con calici più o meno larghi o lunghi, con steli vertiginosi (sia mai che si senta l’odore delle mani invece di quello floreare di un beaujolais). Più che un piacere sembra un impegno, una gara a chi ne sa di più, spesso a fronte di vini mediocri che non meritano neppure di essere utilizzare per sfumare uno spezzatino ma, si sa, questo vuole il mercato. Forma e (poca) sostanza. Non sono più tra quei molti se non per motivi pratici (trovatemi un locale dove non versino il vino in un calice e vi offro da bere).
Lo Champagne, come si apprende in vari corsi, si beve in flûte (ed in effetti è suggestivo apprezzarne il perlage). Anni fa ho passato un fine anno con amiche in un ristorante cinese di qualità (ne esistono e sono costosi, garantisco) e dopo anni ho bevuto lo Champagne in una coppa molto anni settanta. Mi ha dato una sensazione strana, un piacere strano. Era buono. Mi sembrava ancora più buono rispetto a quando lo degustavo. E poi mi sono reso conto che un tempo il seno ideale di una donna, si diceva, doveva stare un una coppa di Champagne. Ecco, un seno da flûte sarebbe abbastanza imbarazzante.
Io sono nativo di Arezzo Ligure, o perlomeno lì sono stato concepito nell’agosto 1965; talvolta tornavo a trovare con la mamma una bella famiglia contadina, i Sarmoria, ed ho un vivo ricordo di loro un pomeriggio, con il nonno ottantenne in cannottiera in Agosto con dei bicipiti che un culturista costruisce dopo anni di anabolizzanti mentre per lui sono serviti zappa e campi. Era metà pomeriggio e ha messo a tavola una bottiglia verde, come usava un tempo, non una bordolese (che ci avrebbe rovinato la vista anni più tardi), ma di quelle forme di una volta che si usano tutt’ora per alcuni vini del Piemonte che conteneva un succo rosso, di quelli “che macchiano” come si diceva al tempo, versato poi in bicchieri da cucina. Non so che vino fosse, ma ho un più vivo ricordo di quel pomeriggio che di tante degustazioni fatte per anni in altre occasioni.
E ricordo i fiaschi di Chianti acquistati da Berto, il bottegaio a Coronata, e quelle bottiglie incerte e opache di un contadino, sempre di Coronata, che contenevano un vino bianco (eufemismo, ed era ben opaco!) con quel sapore forte che dicevi “non lo bevo” ma poi finite fave, pecorino e salame non ne era rimasto neanche il fondo.
A 53 anni ho in dotazione bicchieri di degustazione di ogni genere e, in un negozio di articoli casalinghi in Via D’Andrade a Sestri, ho ritrovato dei vecchi “gotti”, quelli che si usavano un tempo. Non quelli di vetro sonoro di Barazzoni o Kasanova, ma di vetro “generico” che se non cadono di bordo non si rompono. Ne ho comprati un po’. Ed ho iniziato a riempirli quando a casa viene un amico, un fratello o mia sorella, non nelle quantità omeopatiche che si usano ora, ma quasi al bordo, lasciando un mignolo libero, oltre ad ogni concetto di galateo o di corretto assaggio. E ci verso dei vini buoni, quelli che compri ogni tanto perchè sono cari. E da un po’ di tempo voglio tenermi stretto la qualità dell’amicizia, del ricordo e solo dopo quella del vino.
(Nella foto particolare della vigilia di Natale del 2005 alla Botte di Sampierdarena, storico locale gestito dall’ineguagliabile Roberto Benzi che non è più tra noi)
PS E una noce di burro nel pesto ho ricominciato a metterla, come un tempo, che fa buono e una volta usava… Ma questa è un’altra storia
13 novembre 2019 – Sonata a Kreuzberg, con Massimo Zamboni, Angela Baraldi e Cristiano Roversi
Con il mio amico Max ci vediamo raramente, vuoi per il lavoro che ne fa di fatto uno scienziato itinerante che un giorno ti risponde da Stoccolma, due giorni dopo da Montpellier e di colpo ritrovi in Piazza Baracca a Sestri Ponente con le borse della spesa; quando ci sentiamo e ci incontriamo per me è una sorta di festa del cuore. E’ una delle poche persone che è in grado nella stessa conversazione di parlare di economia e subito dopo di ciclismo (a proposito, Max, se mi leggi, mi devo informare su quanto mi hai chiesto sul Giro del 1976). E’ una persona dalla quale si apprende e che sa ascoltare anche parole non pronunciate.
Mi ha chiamato una domenica pomeriggio proponendomi un evento al Teatro della Tosse in occasione e in memoria della caduta del Muro di Berlino (Muro con la maiuscola, chè la Storia lo impone). Sonata a Kreuzberg, con Massimo Zamboni (ex chitarrista dei CCCP prima e dei CSI in seguito), Angela Baraldi e Cristiano Roversi. Non esco mai la domenica sera ma la vita cambia e si fanno delle eccezioni.
LaClaque, 10 Novembre 2019. Ci sono, c’eravamo.
Scrivo di emozioni e solo in parte di musica. Ho una cultura musicale dettata dalla curiosità e veicolata spesso dall’esperienza di altri. Chi suona nota cose per le quali non ho pari strumenti per giudicare, tuttavia quando quello che ascolto mi fa perdere la percezione della realtà circostante mi accorgo che scava in qualche parte della mia mente e rompe la superficialità del rumore di fondo quotidiano. Da bambino in TV esisteva solo il primo canale della RAI che iniziava le trasmissioni attorno al primo pomeriggio ma al mattino c’era un’eccezione: il concerto dell’Orchestra Sinfonica della RAI. Mi facevo accendere la TV, mi sedevo e ascoltavo privo di concetti e preconcetti musicali. Poi c’era la Radio (con la maiuscola), ma è un’altra storia.
Paolo Cattaneo, tenore ormai a riposo del Teatro di Montevideo (credo fosse il Solis) per venticinque anni mi disse che la voce è uno strumento; per imparare a suonare il violino ci vogliono dieci anni, per il pianoforte dieci anni, non possiamo illuderci che per cantare basti mettere un microfono davanti. E questo per introdurre Angela Baraldi. Voce superiore, sia nel canto che nella narrazione ed anche nel pathos che trasmette e sa tramettere. Se non la conoscete cercate su internet chi è. Io la ricordavo con De Gregori, Dalla e tanti altri. Mai vista dal vivo fino ad oggi. Spero di ascoltarla presto.
Cristiano Roversi al pianoforte elettrico e alle ritmiche è stata una totale sorpresa. Non so niente su di lui e non lo conoscevo. Credo che abbia suonato un brano dei Kraftwerk e ancora non capisco come abbia fatto. Ho solo il riscontro del suono che percepivo, di una musica che incontro raramente, di una bella sensazione. Sarebbe bello saperne di più; quando non si conosce lo stimolo è studiare per cui studieremo.
Massimo Zamboni, basso, ha una voce calda soprattutto in narrazione. Facendo confronto con Giovanni Lindo Ferretti ne è la parte dolce; credo che se leggessero lo stesso testo di poche righe comunicherebbero cose diverse. Ma qua parliamo di Zamboni e non possiamo che dirne bene. Non sapevo cantasse così bene (e non sapevo cantasse in tedesco) ma la sorpresa migliore è stato sentirlo parlare e raccontare aneddoti. Storie sulla nascita e sul scioglimento dei CCCP che rimangono però sullo sfondo in quanto il protagonista è il Muro, con i suoi risvolti e significati. Ed ha raccontato di una Berlino prima e dopo l’abbattimento, della grande esplosione musicale alternativa dei suoi locali, ed ha parlato di persone e libertà, di cicli che si aprono e si chiudono. Ha parlato di punk, dei turchi berlinesi, di un mondo solo sfiorato e letto su riviste ma mai sentito in narrazione. Libertà e di Occidente, mi è venuta in mente una canzone dei CCCP (che ho scoperto nascere da un brano dei D.A.F.) con una frase che mi ha sempre colpito: “Wir sind die Türken von Morgen” (“Noi siamo i turchi di domani”), oggi forse più attuale di allora. Ma il Muro cosa delimitava in fondo? Spazio, libertà oppure teneva tutto in un surreale equilibrio? E a che costo per chi lo visse allora e a che costo per chi non lo vive adesso?
La scaletta delle canzoni la trovate facilmente da soli (ho inserito un link a fondo pagina ma si può fare di più); è bella, ricercata. Basta questo. Capito zero sulle canzoni in tedesco, per le altre non posso che ringraziare la app della BBC che ogni mattina mi tiene compagnia con la brava Vanessa Feltz e mi sta aiutando a riscoprire l’inglese. Grazie soprattutto perchè per la prima volta in vita mia ho capito qualche brano e vi assicuro che non è poco.
Non vi posso aiutare in merito alla scaletta delle storie raccontate. Gli aneddoti, come detto sono potenti; su tutto il racconto forte, irruento, di Angela Baraldi della struttura fisica del Muro. Non si può descrivere. Un pungo nello stomaco. Del Muro ne conosciamo una versione depurata. Ne abbiamo una versione edulcorata. Ci sembra comunque terribile ma quello che conosciamo è solo una storia per bambini. Era di più. Era la porta dell’Ade. E poi le persone, i berlinesi, i quartieri sfollati a forza, la STASI (la STASI!). Sarei sopravvissuto a tutto questo per quarant’anni? Come hanno fatto i berlinesi dell’est a rimanere lucidi? Anni di anestesia della libertà. Anestesia della coscienza, forse è la descrizione migliore; un’anestesia forzata. Ma nel 2019 quanto siamo sicuri di essere veramente coscienti e liberi?
La metropolitana di Berlino Ovest attraversava anche zone dell’Est. Le stazioni erano chiuse, murate, con le luci spente. Zamboni ha raccontato che al passaggio, con la luce del treno, ha intravisto la figura di un VoPos. In piedi. Nel buio. Il treno rallentava, non si poteva fermare, non si poteva scendere, non si poteva salire. Tutto murato. Max mi ha raccontato di aver conosciuto una persona della ex DDR a Praga; quando esisteva il Muro andare a Praga era poter tastare la libertà. Praga. Sotto il dominio sovietico Praga sembrava libera a un berlinese. La Praga di Jan Palach sembrava libera a un berlinese.
Per capire il Muro non basta studiare, occorre capire e ascoltare, occorre uno sforzo maggiore dello studio. Da tutto si trae insegnamento. Se non impariamo qualsiasi cosa è fine a sè stessa. Forse la chiave è nella metropolitana di allora, tra chi scegliamo o siamo forzati ad essere, se dentro la stazione come VoPos o nel treno, e se siamo nel treno dove stiamo andando. La differenza non è tra est ed ovest, in fondo nel Mondo non siamo mai noi a guidare o a scegliere di essere di guardia se non sappiamo fare la scelta giusta e sopportarne le relative conseguenze.
La donna dei fiori
La
donna dei fiori
ha occhi grandi,
fisico esile
e un
sorriso
Mi sovviene adesso
dopo mesi;
pur incontrandola
spesso,
Il riflesso di quei giorni
mi viene in mente solo
ora
non come bagliore,
non enfatizziamo,
ma come miele
dolce
che mi scende in gola.
E ricordo quei giorni
difficili
nei quali
nella quasi timida nostra confidenza
mi
ha ascoltato
donando senza parlare.
E ricordo
un giorno
tragico.
E ricordo la sua voce,
prima tra altre,
che mi
chiede “come stai?”.
E penso che non ho mai scritto di
lei
E penso che dovrei farlo
E lo faccio.
Con i miei
limiti
ma con la consapevolezza
che in fondo
fiori e
libri
non sono così diversi tra loro.
(2019, La donna dei fiori, Roberto Camponizzi alias Cinquantuno)
Tra saggi e poesie
Poesie. Scrivo poesie e talvolta altro. Questo è un breve sunto del progetto al quale sto lavorando. Si tratta di altro. Si tratta di tempo. Fino a quando questo tempo ci è concesso.
“Vivo il tempo come un eterno presente. Non lineare. Non ciclico. Non spirale. Un eterno presente e’ fatto di attimi, di impulsi di Dirac, di granelli di sabbia che sono in numero finito nel momento in cui riconosciamo che il nostro eterno presente ha avuto un inizio presumibilmente nella data del nostro concepimento (o anche appena prima o anche appena dopo) ed e’ altresi’ limitato nel momento nel quale compiamo la nostra osservazione.
L’impulso di Dirac e’ nullo per tutta l’osservazione del fenomeno ad eccezione dello zero, e il suo integrale sul parametro tra un tempo tendente a meno infinito e uno tendente a piu’ infinito è uguale a 1. La mia sincronicità (gli eventi sincronici si basano sulla simultaneità di due diversi stati) si limita ad un lasso di tempo definito in cui tutto avviene contemporaneamente; questo è il fondamentale significato di quella cifra (“1″) per cui il tempo ha un solo significato percettivo ma non è reale.”