Ci sono cascato, perlomeno negli ultimi vent’anni. Perchè così si capisce meglio cosa si sta bevendo, perchè si assapora ogni caratteristica del vino, si riconosce il tasso alcolico dagli archetti sul calice e l’annata dal colore, altre cose dai profumi e molte altre cose ancora che fanno apprezzare altre cose ancora ed altre cose, cose su cose, fino allo sfinimento. Funziona. Un bel metodo, e funziona. Nonostante ancora adesso faccia fatica a distinguere gli odori a causa del mio pessimo olfatto ma funziona e non solo. Quasi certamente è indispensabile quando si gustano dei vini di qualità.
Ora che ho 53 anni però sono stufo di perdere tempo. Sono stufo di perdere tempo ricercando qualcosa che è secondario all’occasione nella quale si beve il vino. Si, perchè ho capito che l’occasione è più importante del vino stesso.
Il vino non si beve da soli, si rischia una brutta china, si beve in compagnia. Ma non basta qualsiasi compagnia, l’ideale è berlo tra amici, con la propria donna, con un amico che ha voglia di parlare, ad una festa, con altri amici al bar (ogni tanto, sempre per evitare la brutta china di cui sopra). Ed a quel punto la qualità del vino diventa secondaria all’occasione, non ci si vede per bere ma si beve perchè ci si incontra. Il centro è l’incontro, il vino è il pretesto. Se il vino è un Amarone è un ottimo pretesto ma tale rimane. Il centro di tutto è guardarsi negli occhi e solo dopo guardare il vino.
Pochi bevono vino, molti lo degustano. Che parola impegnativa e piena di sè se associata a questo contesto. Dalla Treccani: “degustare v. tr. [dal lat. degustare, der. di gustus «assaggio, gusto, sapore»]. – Assaggiare, assaporare – bere o mangiare una piccola quantità di liquidi o cibo, per individuarne il sapore e la qualità”. E questa piccola quantità si deve mescere in bicchieri dalle forme opportune, con calici più o meno larghi o lunghi, con steli vertiginosi (sia mai che si senta l’odore delle mani invece di quello floreare di un beaujolais). Più che un piacere sembra un impegno, una gara a chi ne sa di più, spesso a fronte di vini mediocri che non meritano neppure di essere utilizzare per sfumare uno spezzatino ma, si sa, questo vuole il mercato. Forma e (poca) sostanza. Non sono più tra quei molti se non per motivi pratici (trovatemi un locale dove non versino il vino in un calice e vi offro da bere).
Lo Champagne, come si apprende in vari corsi, si beve in flûte (ed in effetti è suggestivo apprezzarne il perlage). Anni fa ho passato un fine anno con amiche in un ristorante cinese di qualità (ne esistono e sono costosi, garantisco) e dopo anni ho bevuto lo Champagne in una coppa molto anni settanta. Mi ha dato una sensazione strana, un piacere strano. Era buono. Mi sembrava ancora più buono rispetto a quando lo degustavo. E poi mi sono reso conto che un tempo il seno ideale di una donna, si diceva, doveva stare un una coppa di Champagne. Ecco, un seno da flûte sarebbe abbastanza imbarazzante.
Io sono nativo di Arezzo Ligure, o perlomeno lì sono stato concepito nell’agosto 1965; talvolta tornavo a trovare con la mamma una bella famiglia contadina, i Sarmoria, ed ho un vivo ricordo di loro un pomeriggio, con il nonno ottantenne in cannottiera in Agosto con dei bicipiti che un culturista costruisce dopo anni di anabolizzanti mentre per lui sono serviti zappa e campi. Era metà pomeriggio e ha messo a tavola una bottiglia verde, come usava un tempo, non una bordolese (che ci avrebbe rovinato la vista anni più tardi), ma di quelle forme di una volta che si usano tutt’ora per alcuni vini del Piemonte che conteneva un succo rosso, di quelli “che macchiano” come si diceva al tempo, versato poi in bicchieri da cucina. Non so che vino fosse, ma ho un più vivo ricordo di quel pomeriggio che di tante degustazioni fatte per anni in altre occasioni.
E ricordo i fiaschi di Chianti acquistati da Berto, il bottegaio a Coronata, e quelle bottiglie incerte e opache di un contadino, sempre di Coronata, che contenevano un vino bianco (eufemismo, ed era ben opaco!) con quel sapore forte che dicevi “non lo bevo” ma poi finite fave, pecorino e salame non ne era rimasto neanche il fondo.
A 53 anni ho in dotazione bicchieri di degustazione di ogni genere e, in un negozio di articoli casalinghi in Via D’Andrade a Sestri, ho ritrovato dei vecchi “gotti”, quelli che si usavano un tempo. Non quelli di vetro sonoro di Barazzoni o Kasanova, ma di vetro “generico” che se non cadono di bordo non si rompono. Ne ho comprati un po’. Ed ho iniziato a riempirli quando a casa viene un amico, un fratello o mia sorella, non nelle quantità omeopatiche che si usano ora, ma quasi al bordo, lasciando un mignolo libero, oltre ad ogni concetto di galateo o di corretto assaggio. E ci verso dei vini buoni, quelli che compri ogni tanto perchè sono cari. E da un po’ di tempo voglio tenermi stretto la qualità dell’amicizia, del ricordo e solo dopo quella del vino.
(Nella foto particolare della vigilia di Natale del 2005 alla Botte di Sampierdarena, storico locale gestito dall’ineguagliabile Roberto Benzi che non è più tra noi)
PS E una noce di burro nel pesto ho ricominciato a metterla, come un tempo, che fa buono e una volta usava… Ma questa è un’altra storia