Tutto vorrei tranne questo

Hai occhi puliti
come raramente si incontrano
anche se il mondo
è pieno di occhi

Ma anche se ci sono molti occhi,
solo in alcuni casi,
non so perchè,
riesco ad andare oltre
e non fermare il mio sguardo.

Perchè ti fanno entrare
come un uscio aperto
e ti danno modo
di leggere dentro.

Non so bene cosa leggo
ma quando succede
la sensazione è molto bella
e sembra di essere parte di te.

Una sensazione talmente forte
da farmi distogliere lo sguardo
e pensare ad altro
in quanto so,
per esperienza,
che farsi leggere
può intimidire
spaventare
creare equivoci
e tutto vorrei tranne questo
amica mia.

Hai poco più di vent’anni
io ne ho cinquantaquattro
e questo chiude il discorso
in merito agli equivoci.

La mia speranza
è che chi li leggerà in futuro
sia la persona
che non solo sappia leggerli
ma anche preservarli
ed amare
ciò che io ho solo potuto intuire.

Roberto Camponizzi 23-24 agosto 2020

La risposta la sapete già

Ora che vivo per attimi
Ora che dimentico il presente
e non solo il passato
Ora che guardo al momento che segue
posso permettermi
di dirvi basta

Basta agli indici puntati
Basta agli indici contro
Basta al vuoto che vendete
con le vostre parole
Basta al vuoto che mostrate
con le vostre opere morte
Basta a chi
ha perso etica e vita
ha perso l’amore per il Sacro,
Il vero Sacro,
e si è fatto inglobare
nella propria vile ignoranza.
Basta a chi ha perso
E crede di aver vinto
Ma non vede al di là
Delle proprie pupille
E guida altri ciechi
O si fa guidare da ciechi.

Una bottiglia di plastica
Mi ha fatto riflettere.
Una bottiglia.
Niente di eccezionale.

Una bottiglia
buttata nella raccolta indifferenziata,
cosa che mi rende colpevole della distruzione del mondo
mentre nulla contano
un centinaio di anni di inquinamento
a nome del profitto.
No, la colpa ora la scaricate su di me.
E non mi applaudano i negazionisti
che ne ho anche per loro.

Ma basta non basta
e un esempio vale per ciò che vale
che l’orizzonte è più vasto.
Basta non rende abbastanza l’idea.

E allora vaffanculo
Vaffanculo
Vaffanculo alla vostra vita a premi
Vaffanculo ai sogni di metallo
Vaffanculo ai sogni di nulla.
Vaffanculo ai sogni finti
senza sognare davvero
ciò che vale
Vaffanculo ai vostri incentivi economici
Vaffanculo alla vostre file saltate
in posta, al supermercato, alla ASL
Vaffanculo alle vostre battaglie di principi
che non vi fanno vedere chi non può nutrire i propri figli
che non vi fanno vedere chi annega e muore
e vi fanno chiudere gli occhi verso chi li fa annegare e morire
Vaffanculo ai vostri campi da golf
ma anche alle scarpe da calcetto
ed anche alle bici elettriche
Vaffanculo ai vostri complotti
Vaffanculo alla vostra falsa idea libertà
Vaffanculo alla vostra terra piatta
(come se cambiasse qualcosa)
Vaffanculo al vostro rifiuto della realtà
Vaffanculo al vostro egoismo
Vaffanculo perchè non vedete i bambini morire
e non li onorate come principi
e dopo duemila anni non avete ancora imparato
ad essere come loro.
Vaffanculo a voi
Vaffanculo alle vostre pretese
Vaffanculo ai vostri falsi bisogni
Vaffanculo al vostro superfluo
Vaffanculo ala vostra mancanza di amore
Vaffanculo ala vostra fuga dal reale
Vaffanculo ala vostra rabbia
Già che ci sono vaffanculo anche ai preti.

Ciò che vale è semplice
come una dispensa di un vecchio
ed è più prezioso
delle vostre app
(per dirne una)
dalle quali vi siete fatti fottere i sogni.
il marito
la moglie
il cuore
la vita

Ma non sentite e non vedete la bellezza
del frusciare delle pagine di un libro
o della voce di un amico,
o di un panino
o della luce tra la foglie?

Sono qua
fermo ad ascoltare
le gocce di serenità
che colano dalle pareti
con la porta sempre aperta
pronta ad accogliere
chiunque sappia scoprire
di essere stato ingannato

Il mio vaffanculo si ferma qua
Dove ritorna amore e ragione.
E se vi sembro supponente,
e se vi sembra che voglia apparire migliore
del poco che sono
e che so di essere
la risposta la sapete già.


Roberto Camponizzi 18-19-20 agosto 2020

Molto è incerto e molto sembra perduto ma ricordate che siamo uomini.


Ricordate che siamo uomini. Qualsiasi cosa succeda ricordate che siamo uomini. L’estate ha fatto spazio allo sgomento, lo sgomento ha fatto spazio alla sfiducia e molto è incerto e molto sembra perduto ma ricordate che siamo uomini.

Ripeto quanto riportai mesi fa: “¿Sería posible que quizá tengamos que vivir años en esta forma? ¿Totalmente librados a nuestro proprio medios, más aislados aún que Robinsón en su isla?“. (1)

Sarebbe facile scrivere che siamo in piena notte e che presto ci sarà la luce dell’alba. Non è così. La notte è solo all’inizio e non so quanto siamo preparati ad affrontarla. Da un lato ci sono le luci festose del Titanic che portano molti di noi ad una grande festa obnubilando il nostro primordiale istinto di pericolo e dando spazio alla cecità., così cara a Saramago, che porta ad un’inevitabile derrota che ci lascia intatta la possibilità di incolpare gli altri della nostra sorte.

Da un lato siamo al passo del terrore vedendo avvicinarsi l’inevitabile consci dell’impossibilità di non reagire abbracciando un nichilismo infruttuoso che, come contrappasso, ci fa perdere anche gli ultimi balli di coloro che sono sul Titanic (a volte l’inconsapevolezza è quasi preferibile, perlomeno a piccole dosi).

Ma c’è una terza opzione che è la più impegnativa, il ricordarsi della premessa iniziale e ricordarsi di essere uomini. Non che ci porti al timone della nave ma ci renda la sensazione di essere in grado di vegliare nella nostra condotta ricordando di esercitare le nostre capacità di sopravvivenza all’imponderabile minaccia che sta portando alla fine ciò che abbiamo conosciuto come familiare. La notte non è ancora finita ma da uomini possiamo agire come se fossimo alla luce del giorno.

La pandemia è stata solo la punta dell’iceberg di quanto non funziona in quanto abbiamo costruito male e di quanto poco abbiamo memoria della nostra storia sebbene ripetiamo a pappagallo che corriamo il rischio di tornare sui nostri errori. La pandemia ha ricordato che il re è nudo ma non ci siamo accorti che il re siamo noi, che noi ci siamo fatti re. La vera pandemia non ha colpito i corpi ma le menti, ha spiazzato e sbilanciato anche il minimo equilibrio personale.

Era scritto ma non abbiamo ascoltato, così come il re di Giuda Sedechia non ascoltò Geremia. E noi ci siamo fatti sedurre come quel re ma Geremia ci parla ancora e possiamo e dobbiamo ascoltarlo. Non parla di suo e per ascoltarlo non dobbiamo ascoltarlo di nostro che non ne saremmo in grado ma alzare gli occhi in cerca di aiuto. Niente è nostro e niente è in nostro potere ma avendolo in gestione possiamo ancora farlo al meglio.

Non saremo in molti, e questo spaventa.
Spesso ci crederemo soli, molto soli, e questo spaventa.

In questa oscurità, che è all’inizio, cominciamo con poco. Con le faccende quotidiane, con la cura di noi, con la cura di chi amiamo e di chi ha bisogno. Alcuni cederanno, è inevitabile, ma quei pochi, fosse solo uno dei pochi a rimanere in piedi, vedranno il da farsi per ricostruire.

E se arriva lo scoraggiamento ricorriamo alla ripetizione delle cose consuete, il lavarsi la faccia, farsi la barba, avere cura di ciò che è prezioso. E poi cingiamoci i fianchi quando sarà il momento. Come gli uomini sanno fare.

Roberto Camponizzi 14 agosto 2020

PS
Il termine “uomo” usato in questo articolo è riferito sia agli uomini sia alle donne come termine neutro, indicando un essere cosciente e responsabile dei proprî atti e delle conseguenze degli stessi.


(1) https://robertocamponizzi.home.blog/2020/03/15/covid-19-e-la-nevicata-di-hector-german-oesterheld/

Di uva, di mosto e di splendore

Dammi il tema di una poesia che faccia vivere
dammi il tema di una poesia allegra

Che sprizzi di vita
Che esca dai miei temi consueti
Che esca dallo schema dei miei pensieri
abituali

Che vada al di là
di ciò che non riesco più a sognare

Questo volevo dirti amica mia,
questo volevo chiederti stasera

E se non l’ho fatto è perchè in qualche modo
mi hai risposto senza ch’io lo domandassi

E sono uscite queste righe pasticciate
che sanno d’uva
di mosto
e di splendore

Roberto Camponizzi

Immagine di copertina tratta da https://www.xtrawine.com/

Chiudere una porta a una donna che ami a causa del tuo diploma in Elettronica Industriale

E così sei tornata
Non ti sei fatta viva per settimane
per mesi
anni forse…
Poi sei tornata,
sei arrivata sotto casa
con la tua macchina rossa
come i pensieri che ci univano
Una macchina nuova
come quelle che sai che piacciono a me
Ma non era nuovo
il tuo tornare.
Mi hai sorriso come sempre
e sembrava che i mesi
o gli anni
non fossero mai passati
e come tutte le altre volte
mi è tornato a battere il cuore
e,
meno romanticamente,
qualcos’altro.
Poi mi hai chiesto di salire
e io ho chiuso la porta
facendoti segno di no col capo
senza parlare.
Vedi,
malgrado quello che provo ancora
malgrado non possa che rimpiangere
la tua pelle scura
le tue iperboli intellettuali
l’amore che riesci a tirarmi fuori,
dicevo,
vedi,
se non funziona
non funziona.
Come le radio rotte
per le quali non si trovano più
le valvole.
Lo so
perché sono diplomato
in elettronica industriale
e ho anche una buona infarinatura
di telecomunicazioni…

La strada di terra, legno, asfalto, ghiaia e poi finalmente ancora di terra, una buona terra da calpestare.

Per quanto tu possa pensare
che venga chiesto troppo
al pulsare delle tue vene
ed al pulsare
dei tuoi pensieri,
spera.

Spera,
come io spero
che questi giorni
ti siano accorciati.

E nello sperare
non sperare di essere felice.

Non cercarlo.

La felicità è dono effimero
giunge inaspettato
e senza ricerca.

E’ continua a tratti
e limitata,
forse derivabile.
Pensala sempre
come una derivata
di qualcosa di più grande.

Aspirare a serenità e sapienza
vale molto di più che
cercare la felicità.

E arriverai al giorno
in cui ti sentirari libero.

Magari non ancora sereno,
sicuramente mai abbastanza sapiente,
ma sapiente quanto basta
per sapere
che la libertà
è imporsi delle regole.

Perchè lo avrai imparato
attraverso i pesi che hai portato
ed allo sforzo che hai impiegato
per raggiungerla.

Poi gira pagina
e ricomincia a scrivere,
magari d’amore,
magari no.

Roberto Camponizzi
06/06/2020

Fotografia dell’autore: “Scale”

Silenzio e meditazione nell’era del covirus19 – una lettera di D.M.

Ricevo e pubblico una lettera notturna di una persona del quale non rivelerò il nome utilizzando il suo pseudonimo storico. Classe 1950, Darko è la persona che si vorrebbe evitare, è pericolo, è storia di una generazione per la quale sovente non si nutre stima, un viaggiatore in tempi non sospetti di terre lontane, l’amante del jazz, la persona che negli anni settanta parte per imparare a riparare giradischi esoterici a Londra o per lavorare in Perù o in Argentina, una persona che viaggia in moto in un’Europa allora tutt’altro che amica, che ti regala un blister di Roipnol a tua insaputa e si offende per il rifiuto, una persona per la quale ci sarebbero centinaia di aneddoti spesso tutt’altro che edificanti. Una persona pericolosa. Una persona che pensa. Un amico.

🐻 Ciao Robj , come stai e a cosa pensi? Comme tu pass le temp ? Sono immerso in un silenzio irreale, è la cosa che mi fa più impressione. E da te com’è? Ti manca il ciacolar di via Sestri ? Il rombo dei scooter ? Benché io viva in un luogo già di per sé particolarmente silenzioso , è sparito il fisiologico brusio di fondo che sale normalmente da una città, dal centro di zona Brignole, dalla ferrovia , ecc…. e il vedere via Canevari deserta….. S’odono solo il vento,se ce n’è, il fogliame quando agitato e occasionali latrati di cani, zero motori. Di notte l’ambiente diventa ancor più irreale quasi inquietante. Non più il vociar di persone dal piazzale del Santuario o dai ristoranti. Silenzio assoluto, disturbato stanotte dallo zampettare di un riccio fra le foglie secche a caccia di larve e risparmiato dal finire in pentola. Allora in sintesi trovo che per te , per me , come per milioni di altre persone che vivono le vita in superficie assillate dal correre e dal fare quotidiano,dal tirar su soldi, l’isolamento forzato porti a ritrovare sé stessi, a riflettere sulla propria vita, sulla società, a cercare di comprendere sul perché siamo, nonostante il progresso e il consumismo compulsivo , così deboli di fronte all’imprevisto. Su come si comporti il genere umano nei confronti dell’ambiente naturale, sul fatto che lo sviluppo, la crescita, l’edonismo non possono essere illimitati su un unico pianeta. I virus sono originati dal genere animale selvatico , quindi se cinghiali , pappagalli tropicali, gabbiani, serpenti,cimici asiatiche,zanzare supertigre o altro si adattano a vivere nelle città o nelle metropoli significa per me che qualcosa non và. Se il mar Mediterraneo si sta tropicalizzando qualcosa non và. Se le megalopoli vengono a confinare con le foreste non va bene. L’ego senza freni, l’egoismo, l’indifferenza, la mancanza di senso civico, l’ignoranza e la violenza, l’acriticita’ delle masse nei confronti delle mode e dei loro padroni, il consumismo sfrenato,lo spreco, la corruzione, il primato della finanza sul lavoro, un elenco forse infinito di mali che affliggono i popoli e che neppure la forza del covirus19 riuscirà mutare, come fallirono la mitica “Spagnola” e l”Asiatica” degli anni 50. Ciò che sta accadendo, personalmente, più che dispiacermi, al di là che mi imprigioni, mi porta a riflettere sul senso della vita e sugli errori che in essa si commettono e si ripetono. Niente sarà più come prima strombazza il megafono del mainstream….. questa l’ho già sentita… dinne n’atra…

“La rana 🐸 non beve tutta l’acqua dello stagno” si dice, io aggiungo : ma l’uomo si mangia tutte le 🐸

Ciao, alla prossima.👦🐻

Darko Marcovich per Roberto Camponizzi 05/04/2020

Pesto alla genovese: tradizioni, piccolo compendio storico e nuove eresie fondamentaliste.

La necessità porta al cibo, la fame ne sceglie gli ingredienti, l’opulenza crea i disciplinari.

Premessa:

La premessa dovrebbe partire dalla citazione a fine articolo, ma tale premessa coincide con la conclusione e rende dogmatica l’eresia per cui faccio istanza per ottenere pazienza e vi invito alla lettura; lettura non impegnativa ma che porta a dissonanze che spesso sono sinonimo di arricchimento. Arricchimento che il dogma non fornisce mai.

Il basilico viene dai paesi arabi, i traffici e i commerci lo hanno portato in Europa; nel bacino mediterraneo si sono create diverse varietà tra le quali quelle liguri che hanno caratteristiche diverse da quelle di altre zone. Questo per dire che studiare la storia di una pietanza, di una salsa, di un piatto non è impresa semplice perché bisogna risalire indietro nel tempo, nella storia, nella natura del territorio, della ricchezza della popolazione, da esigenze nate da molti casualità che spesso non si trovano su internet ma su vecchi libri trovati su una bancarella o su banali libri di storia delle scuole medie. Dove ho potuto ho inserito i nomi degli autori che cito mentre alcuni di essi non li ricordo proprio; il mio primo libro di cucina fu “Odor di Basilico”, di Maria Luisa Bonino, che studiai da giovanissimo, ma poi ne vennero altri che sarebbero stati inutili se non arricchiti dall’esperienza e dall’amore che si comunica cucinando per altri, non per sbalordire ma per donare.

Spesso delle cose mai sentite si apprendono dai nostri vecchi che ci raccontano dei loro tempi, della fame e delle gioie. In guerra, in alcune zone, si trovavano solo castagne e zucchine che erano pranzo e cena per mesi e ci si ingegnava per darne gusto anche perché a volte mancava anche il sale (qualcuno ricordi le storie dell’aringa appesa per insaporire la polenta). Un tempo le uova non si trovavano tutto l’anno perché le galline “lavorano” per circa duecento giorni poi non ne fanno piu’ in natura; cosa si faceva? Una soluzione di acqua e calce (non fatelo per carità!) dove conservarle per l’inverno (grazie Barbara Torretto per l’aneddoto). Così nascono anche marmellate e confetture perché erano uno dei modi per avere frutta nella stagione fredda, così per buona parte nascono i preziosi canditi che tanti adesso scartano dal pandolce o dal panettone senza pensare quanto fossero preziosi un tempo. Mia nonna Edwige, di Follina (TV), mi faceva riso e bisi alla veneta. Il riso e bisi alla veneta non prevede il pomodoro ma essendo giunta a Genova negli anni venti ha maritato Veneto e Liguria per creare un piatto che è evoluzione, storia, cultura e natura.

Questa guida è il risultato di uno studio sicuramente incompleto ma certamente non superficiale e se a volte striderà con le vostre convinzioni me ne farò una ragione; vi lascio la prece di prendere ciò che non vi convince e verificarlo con gli strumenti a vostra disposizione e, se avete ancora fortuna di farlo, parlando con i vostri vecchi.

Ma soprattutto ricordate una cosa: quello che importa nel mangiare, come nel bere, non è tanto la purezza della cucina ma il piacere della compagnia.

PS volutamente non ho inserito la ricetta del disciplinare (o meglio della PAT visto che al momento non esiste la DOP) del pesto. Quella la troverete da soli. Il resto, come avrete modo di vedere, sono domande e risposte non sempre dogmatiche e non sempre eretiche.

Nel pesto alla genovese è indispensabile il basilico di Pra?

Storicamente no. Prà fa parte di Genova dal 1926 e da relativamente poco tempo viene utilizzato per l’intero bacino. Il pesto alla genovese inteso “di Genova” nasce con il basilico dei campi coltivati attorno al Bisagno, negli orti immediatamente oltre le mura o nelle latte sul davanzale (Vito Elio Petrucci). I campi non esistono piu’ (la piana del Bisagno nella massima larghezza partiva da Borgo Incrociati ed attivava quasi all’attuale Piazza Martinez). Gli unici territori che nel tempo hanno mantenuto tale varietà (basilico genovese nano) sono ora nella zona di Prà che per tale motivo rientra nel disciplinare che è relativamente recente. Usando un pesto dell’orto, non trattato e senza concimi artificiali, a volte il sapore è così intenso da non poter diventare oggetto di commercio.

Esiste un pesto alla genovese senza basilico?

Paradossalmente si. Non perché fosse sostituito da un’altra erba ma in momenti di carenza di basilico (quando non c’erano le serre e la stagione non era propizia) esisteva una salsa (quindi non propriamente pesto) con tutti gli ingredienti tranne per l’appunto il basilico. Non per niente alcuni storici evidenziano che il basilico fu un’aggiunta successiva all’agliata (aggiadda) che ne sarebbe la ricetta madre. A proposito di Aglio (uso la maiuscola): certo, l’aglio di Vessalico è meraviglioso ma nella Genova patria del pesto i nostri nonni non sapevano neppure dove fosse Vessalico. E ne mettevano. Con equilibrio e che si sentisse ma ne mettevano. E non toglievano l’anima, non sarebbe etico (citazione/calembour di autore sconosciuto).

Perchè il pecorino sardo?

Genova nasce con traffici marittimi anche con la Sardegna. Parte del pecorino sardo (la Liguria non è terra di pecorino), peraltro la meno pregiata al tempo in quanto dal gusto molto forte, quella troppo stagionata, veniva aggiunta per poter limitare l’uso di sale allora molto costoso e migliorare la sapidità e equilibrare consapevolmente l’insieme. Inizialmente non era previsto neppure il parmigiano ( o meglio, il grana) ma formaggi stagionati di mucca provenienti dal ritorno delle vie del sale o ancora una volta dal mare. Una via del sale, una delle molte, che ha posto tra l’altro le basi del tipico piatto piemontese che è la bagna càuda, che di base ha le acciughe che salivano verso nord a dimostrare che lo scambio di merci e alimenti crea l’unicità di un piatto ripudiando talvolta la purezza del territorio.

Ci vanno le noci nel pesto?

No. Ma dobbiamo ricordare che si tratta di una salsa povera e che i pinoli locali erano rarissimi e spesso si utilizzavano quelli provenienti dalla Toscana, dalla zona del pisano (Virgilio Pronzati). Ai tempi però gli approvvigionamenti non erano costanti come adesso e in momenti di latenza della materia prima o di scarsa disponibilità economica delle famiglie si usava quello che era disponibile in dispensa sul territorio da cui l’aggiunta delle noci che però non possono essere accettate nel disciplinare.

Ci va il burro nel pesto?

No. Anche in questo caso occorre però fare una distinzione. La Liguria è una terra d’olio. Sulla costa. Nell’immediato entroterra l’olio utilizzabile era quello che rimaneva negli scambi con le pianure ma veniva usato comunque, Per arricchire un piatto povero a volte si aggiungeva (fino agli anni settanta) una noce di burro che era allora molto differente da quello attuale in quanto molto piu’ grasso e saporito. Un modo inconsapevole per aumentare i grassi e in alcuni casi dar parvenza di abbondanza. Abitudine che non entra nel disciplinare ma nel gusto di alcuni nostalgici dei sapori dell’infanzia si. Era uso nell’entroterra lavagnese e comunque solo nel Levante aggiungere un cucchiaio di prescinseua dopo aver condito e naturalmente anche questo non rientra nel disciplinare.

Olio?

Solo extravergine di oliva (classificazione che un tempo non esisteva, chi poteva andava al frantoio, chi poteva lo comprava a caro prezzo); se chiedete a ponente dev’essere di Taggiasca, a levante Lavagnina. Ma visto che si parla di pesto alla genovese l’olio era quello che arrivava in eccesso dai traffici commerciali o quello locale ormai non più disponibile in larga scala.

Si usano le patate insieme alla pasta?

La pasta meriterebbe una considerazione a parte, tuttavia le patate venivano aggiunte un tempo perché di costo inferiore alla pasta e peraltro maggiormente sazianti. I fagiolini in stagione sono contemplati senza motivazioni particolari. Come tipo di pasta da notare talvolta l’uso delle trenette avvantaggiate (con farina di castagne o di crusca) molto meno costosa e quindi piu’ accessibile (Giulio Giacchero). Pasta d’eccellenza sono comunque le trenette, seguite a levante dalle trofiette e dalle trofie (genericamente ora conosciute come gnocchi, sul numero di “effe” non mi pronuncio) di patate. Altri tagli di pasta non fanno parte della tradizione ligure o se ne fanno parte (come i corxetti – piccoli a forma di “otto” polceveraschi o a medaglia con timbro nel levante) non vengono normalmente utilizzati.

Mortaio o frullatore?

Storicamente e sempre mortaio. Questo è canonico (e dogmatico) se il pesto viene cucinato in famiglia e per un numero ragionevole di persone; se non siete professionisti e dovete prepararlo per una ventina di persone però voglio vedervi dopo con le braccia a pezzi. Allora frullatore? No. Non perché scaldi il pesto (un test effettuato da un amico, Nico Maria De Benedetto – gran cuoco – con l’ausilio di un termometro a infrarossi da cucina rivela un aumento di temperatura di 0.2°C per cui ininfluente); in realtà ossida il basilico in modo diverso da quanto avviene nel mortaio facendogli assorbire più ossigeno e perdere un po’ di qualità oltre a farne una salsa spesso troppo cremosa e che non lascia quei bellissimi quadratini verde scuro sugli incisivi. Se proprio non volete usare il mortaio posso timidamente consigliare un tritaverdura o un robot da cucina avvertendo però che il risultato ottenuto non sarà mai all’altezza. Personalmente utilizzo un mortaio da un mazzetto, in 10’ si fa…

Le lasagne al pesto sono “canoniche”?

Se con lasagne al pesto sono intese quelle poste in cottura al forno con besciamella la risposta è negativa; il motivo nasce dal fatto che il pesto non si cuoce in quanto avviene la separazione della sapiente emulsione dell’olio e la contemporanea cottura del basilico. In Liguria si usa bollire le lasagne (un tempo e ancor oggi, se disponibili, i mandilli de sea) e condirle con il pesto aggiungendo un po’ di acqua di cottura.

Cosa si intende per “ai tempi”?

Il pesto appare sulle tavole genovesi nella prima metà dell’ottocento; segue l’evoluzione economica e contadina della società da cui le varie piccole differenze citate ed altre macrodifferenze (ma non si parla in questo caso di pesto alla genovese) tipo l’aggiunta di pomodori secchi che si ritrova talvolta nell’imperiese, figlia probabilmente dell’immigrazione dei contadini dalla Calabria dovuta anche ai confinamenti penali (i pomodori secchi sono un’importazione culturale) che col condannato portavano anche le braccia di famiglie di abili agricoltori.

Concludo con la prima citazione scritta del Pesto che avrebbe potuto essere premessa: Prendete uno spicchio d’aglio, basilico (baxaicö) o in mancanza di questo maggiorana e prezzemolo, formaggio olandese e parmigiano grattugiati e mescolati insieme e dei pignoli e pestate il tutto in mortaio con poco burro finchè sia ridotto in pasta. Scioglietelo quindi con olio fine in abbondanza. Con questo battuto si condiscono le lasagne e i gnocchi (troffie), unendovi un po’ di acqua calda senza sale per renderlo più liquido”. (La Cuciniera genovese, G.B. Ratto, 1865). Eresia e dogma al tempo stesso.

Roberto

PS In tempo di crisi e di quarantena dedico questo articolo a tutti/e coloro che sono in sofferenza o al lavoro per superare un momento difficile ed unico nella storia di molti di noi, con la speranza un giorno di poter condividere momenti di gioia insieme, con la consapevolezza che, se vediamo la nostra storia, le ricette migliori nascono nei periodi difficili e in tanti casi anche le persone migliori nascono dalla nostra atavica voglia di vivere e di vedere nuove mattine (Pavese in sottofondo mi ha aiutato nel costruire questa frase). Resistenza e speranza, senza dogmi, così come il basilico che è ignaro delle nostre regole e matura comunque e pur piccolo cambia la sostanza di ciò che sposa.

COVID-19 è la nevicata di Héctor Germán Oesterheld?

“¿Sería posible que quizá tengamos que vivir años en esta forma? ¿Totalmente librados a nuestro proprio medios, más aislados aún que Robinsón en su isla?” (El Eternauta, Héctor Germán Oesterheld y Francisco Solano López).

La soddisfazione di ridere nei momenti di tensione accompagnata ad un senso di pragmatismo e di razionalità inusuali, che molti di noi non provavano da tanto tempo, si collega alla ricerca fremente di notizie, lo studio del dettaglio da (non geniali) dilettanti, e molte altre cose.

Il ridere dello stare in casa costretti.
Il ridere del virus.
Cantare alla finestra…

Questo vedo e questo noto e di questo faccio a malincuore parte ma non rido e non mi sento neppure troppo pragmatico se non a causa delle mie normali abitudini.

A malincuore. perchè mi sembra non tanto una felice ed amara ironia o un pragmatismo lucidi quelli che osservo; mi sembra il sottovalutare non tanto il virus ma principalmente i limiti delle proprie capacità umane.

Se devo preoccuparmi di qualcosa non mi preoccupo più dei comportamenti umani che della malattia; l’uomo è sempre lo stesso, da millenni, e lo dico anche a coloro che hanno scoperto il Manzoni a cinquant’anni dopo averlo detestato a scuola o al liceo. “Homo homini lupus” non è una scoperta recente. Se non vi piace Manzoni, se non vi piace la citazione di Plauto pensate a quelli che litigavano per le scialuppe del Titanic o se vi sentite più a vostro agio chi si accapiglia per non uscire dalla casa del grande fratello (scritto minuscolo perchè il maiuscolo lo riservo a Orwell).

Mi soffermo su un solo aspetto: buona parte delle battute che leggo sono sulla permanenza forzata in casa; facciamo presto a fare battute ora che sono passati solo tre giorni dal decreto governativo. E non pensiamo a quando in passato abbiamo contestato i condannati ai domiciliari che ne evadevano credendo che una pena passata in casa non fosse una pena.

Ma voglio vedere quando sarà passata una settimana,

poi due,

poi forse una terza.

Quando direte: “che bello, da domani usciamo” e alla sera apprenderete il rinnovo del decreto di quarantena.

Quando direte: “che bello, da domani usciamo” e alla sera apprenderete il rinnovo del decreto di quarantena.

Quando direte: “che bello, da domani usciamo” e alla sera apprenderete il rinnovo del decreto di quarantena.

(non è un errore, l’ho scritto volutamente tre volte…).

Tre settimane chiusi nel vostro appartamentino a soffire la solitudine se siete soli o a litigare per nulla se non lo siete.

E questo mi ricorda il racconto di Oesterheld anche se non mi sento l’Eternauta, non sono al di sopra di questo e quello che temo per voi lo temo per me. Di fatto mi sconcerta l’inconsapevolezza diffusa.

Lo scorso anno ho lavorato per alcuni mesi da casa per costrizione ed ho provato sia il doloroso senso di solitudine che comporta la mancanza di rapporti con i colleghi o dei compagni di viaggio sia l’ironia di chi pensava che fosse una passeggiata. La stessa cosa mi successe anni fa, in un periodo di seppure breve degenza postoperatoria; quasi un senso di invidia mentre in me la solitudine si accaniva senza sosta. Nelle due occasioni citate non mi sono perso, non ci siamo persi. Ma ora la prova è più dura soprattutto per chi non l’ha mai affrontata.

Mi ripeto: se fra due settimane qualcuno dirà che dovete stare a casa altri due mesi cosa direte? Proverete o meno ad evadere dai domiciliari?

Quanto tempo passerà prima che l’isolamento o la convivenza forzata inizieranno a fare i primi danni?

Siamo di fronte ad una costrizione difficile ma è una costrizione giusta, da onorare, ed è giusto stare a casa in questi giorni e lo sarebbe anche senza obbligo, l’importante è non sottovalutarne i rischi personali e sapere a cosa andremo incontro.

L’uomo, alle strette, finisce a far prevalere i suoi istinti primordiali di sopravvivenza. Quanto dureranno le vostre vignette, i vostri filmati, la vostra sicurezza prima di dar spazio ad altro? Quando le vostre piccole consolazioni non esisteranno più, se cadranno le connessioni internet, se mancherà la luce o l’acqua non dico per giorni ma anche solo per un ora? Quando tutti i soldi del mondo, anche se li aveste, non vi basteranno per comprare una singola Coca Cola?

In fondo è un virus bizzarro: non visibile (e che non ci permette di distinguere chi è infetto o meno), quasi una vendetta del pianeta che stufo per l’attesa delle nostre decisioni ha creato un anticorpo vedendo l’uomo come corpo estraneo. E cerca di espellerlo. Come in una fiction apocalittica di serie B.

Anni fa lessi di due paracadutisti che, presi dalle correnti ascensionali arrivarono a quote nelle quali la temperatura era rigida e l’aria quasi assente. Sopravvisse solo quello che perse i sensi. Forse il senso è questo: per sopravvivere (e non parlo di virus ma di qualcosa di più ampio) forse è necessario perdere la coscienza e non essere consapevoli che ciò che ci farà proseguire non saremo noi. E in quanto a perdere la coscienza credo che siamo già a buon punto ma non credo che questo ci salverà.

Quanto a me preferisco non perderla, preferisco vegliare e rimanere desto. Poi si vedrà.

Roberto
15 marzo 2020 ore 23:19

PS Con tutto il tempo che avete traducetevi l’incipit da soli…

La famiglia Bradford e il senso di una fiaba.

La radio ha sempre avuto il posto d’onore in casa mia; mai la TV è stata eletta altare domestico e fin da bambino trovavo nella radio una magia ineguagliabile anche solo nell’ascoltare la vecchia valvolare in Onde Corte che mi portava suoni e parole da lontano. Senza aver conoscenza alcuna di elettronica mi costruii anche un lunghissimo dipolo con una “piattina” elettrica che migliorava non poco la ricezione. Crescendo la sete di immagini iniziò ad avere la meglio, inizialmente ancora dal punto di vista tecnologico e di seguito come mezzo di intrattenimento. Persi la verginità per una prima volta da giovanissimo (“La cittadella”, sceneggiato con Alberto Lupo tratto dal libro di Cronin) per poi rimanere in astinenza ascetica per anni quando la persi una seconda volta per le “Prove tecniche di trasmissione [a colori]” della Rai. Non ne perdevo una. Si vedevano benissimo sulla mia TV. La mia TV era in bianco e nero. Poi via di Telemontecarlo (inconsapevole che sui suoi ripetitori avrei trovato il mio primo impiego), TV Koper Capodistria e la TV Svizzera. Poi TeleGenova via Cavo (che però trasmetteva in UHF) e Telecittà la domenica mattina. Su Telemontecarlo, sempre la domenica, due ore di predicazione in inglese (di cui non capivo nulla) di un tale in giacca e cravatta; per la prima volta vidi un pastore protestante senza saperlo, perchè come ogni buon bambino italiano credevo che esistessero solo i preti a parlare di certe robe. Aggiungo anche qualche telefilm in francese (di cui, nuovamente, non capivo nulla). Poi arrivarono i telefilm americani e tra questi “La famiglia Bradford”.

Non so cosa mi fece appassionare di questo telefilm ma devo dire che le storie narrate, facendo base su una famiglia di otto figli (da cui il titolo originale “Eight is enough”), appagavano un mio ideale di famiglia del quale non avevo mai avuto esperienza e che sinceramente un po’ invidiavo. Le storie non erano sempre banali o ripetitive come negli altri telefilm, anzi, le trovavo (e lo dico con la mia maturità attuale) a volte impegnative pur trattandosi si un telefilm USA ben edulcorato degli anni settanta.

Riguardandola ad anni di distanza e con altre esperienze e conoscenze provo le stesse sensazioni ma faccio caso anche a particolari che al tempo non avrei potuto capire così come non capivo quel predicatore di Telemontecarlo. E’ notevole da allora la mole di cambiamenti della società, pur sempre parlando di un confronto con gli Stati Uniti, ma a quei tempi in Italia eravamo ancora molto distanti da certi temi e da certe dinamiche. Ora sembra tutto allineato in termini sociali, siamo sincroni con l’Occidente quasi per tutto e le differenze sono minori.

Però guardando le puntate ho iniziato a notare qualcosa che adesso parrebbe inconsueta (a meno di non vivere nella Bible Belt e senza contatti al di fuori di una piccola comunità dispersa nell’Arkansans): non ci sono persone di colore. Zero. Non ci sono nei cantieri, non ci sono nei drugstore, non ci sono nei locali, non ci sono sui marciapiedi. E non ci sono ispanici. E non ci sono asiatici. E non ci sono naturalmente Italiani (tranne in una puntata, l’ottava della prima serie, inizialmente non distribuita in Italia a causa dei contenuti razzistici nei nostri confronti – d’altra parte fino a qualche decennio prima eravamo considerati “non palesemente negri”). Una serie di bianchi e per bianchi che nasce in un contesto di lotte civili, di sangue, di speranze, di conquiste (il diritto di voto per i neri americani compieva 15 anni, il Civil Rights Act aveva appena 10 anni ma ne mancavano una trentina a Obama e siamo ancora bene indietro su tutto…). Ma questa non è polemica, è storia, è uno spaccato della società di allora, è uno spaccato di come noi bambini nati negli anni sessanta credevamo fossero gli Stati Uniti. La mia famiglia Bradford era ciò che è stato Mike Bongiorno per gli Albanesi e Pippo Baudo per i Tunisini; dipingeva un paese che non esisteva e se esisteva non lo era per tutti.

Un’altro elemento è l’età dei protagonisti; Thomas Bradford, padre e giornalista, era sulla cinquantina e più o meno ci si riconosce. I figli, visti con gli occhi contemporanei, sembrano ben più maturi della loro età reale (anche come attori). Ne avevano venti allora, ne vedo quaranta nel 2020. Punto. E questo evidenzia molti cambiamenti reali e fisici ed il fatto che è tangibile una diminuzione dell’età apparente con il miglioramento dello stile di vita. Certo non vale per tutti (si pensi allo sfascio catastrofico dell’alimentazione low cost nelle fasce deboli della popolazione contemporanea. Non parlo solo degli USA ma anche dell’Italia. Lì hanno dei burger da 4lb. con chili di salse e da noi pastasciutte sicuramente più appetitose, perlomeno abbiamo la cultura della cucina, ma con ingredienti poveri e grassi. Quando mancano i soldi manca lo sviluppo, ovunque. E si mangia di merda). Un’ultima considerazione: forse alla fine vestivano meglio allora, nell’era del No Logo e all’inizio di quella del Logo. Perlomeno non sembravano tutti uguali.

La società (californiana) di allora iniziava a far intravedere qualcosa che in seguito è diventato normale stile di vita o conversazione: vegetariani, sesso, un’iniziale spinta New Age e poco altro. Si stava per alzare l’ondata che seguì gli accordi di Bretton Woods. Stava arrivando il capitalismo aggressivo, si avvicinava la globalizzazione, si allontanavano i diritti che venivano accantonati in cambio di un simulacro degli stessi, nasceva un sistema nato sul nulla e appoggiato sul nulla. Tanta fuffa (ultimamente mi è caro questo termine, forse grazie a a Michele Servillo ne “La grande bellezza”). Tanta.

Riguardo volentieri la famiglia Bradford sorvolando su tutto questo, con l’occhio di un bambino innocente ma consapevole di guardare una fiaba che non mi riguarda e nella quale non mi riconosco e non mi riconoscerei. E senza vergogna alcuna la guardo con piacere. Faccio sparire questa mia consapevolezza non perchè voglia quella famiglia perfetta alla Mattel o abbia tendenze di purezza razziale caucasica (d’altra parte sono pur sempre una Dago, un “non palesemente negro”, di odore non buono – come disse Nixon -, un WOP…) ma perchè parte di quel bambino di allora vedeva con piacere l’armonia e la dolcezza di quella famiglia non perchè non mi mancassero amore, armonia e dolcezza. Mi mancava il numero.

Roberto Camponizzi

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